di antonella landi

Le domande di comprensione e approfondimento sui Promessi sposi (diciamocelo, amici) sono una palla.

Ma io non ci rinuncio mai, perché credo nel loro valore didattico, sono convinta che costringano i ragazzi a rileggersi da soli, nel raccoglimento delle loro case e nel silenzio delle loro teste, i passi che mi premono di più, quelli che fanno di Manzoni -checché se ne dica- un autore attuale.

Così ogni anno, capitolo per capitolo, me le invento sempre nuove, queste domande, e lo faccio proprio lì, in diretta, a lezione; non uso mai quelle del libro, rigide e immutabili, prevedibili e noiose. Tasto il polso alla classe e vado d’inventiva, schiaccio il piede sulle preferenze e le diverse sensibilità, aggiusto il tiro a seconda di chi mi trovo davanti.

Nel capitolo quarto si erge la poderosa figura di padre Cristoforo. Manzoni ce ne racconta la storia intera, dall’infanzia ovattata alla giovinezza amara fino alla maturità macchiata d’omicidio. La spannung del capitolo è l’incontro con l’arrogante signor tale lungo la stradina stretta che impediva l’inconciarsi di più persone e imponeva invece il rispetto delle regole di precedenza.

- Fate luogo.

- Fate luogo voi, - rispose Lodovico. - La diritta è mia.

- Co’ vostri pari, è sempre mia.

- Sì, se l’arroganza de’ vostri pari fosse legge per i pari miei. I bravi dell’uno e dell’altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de’ contendenti.

- Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno una volta come si tratta co’ gentiluomini.

- Voi mentite ch’io sia vile.

- Tu menti ch’io abbia mentito -. Questa risposta era di prammatica. - E, se tu fossi cavaliere, come son io, - aggiunse quel signore, - ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.

- E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co’ fatti l’insolenza delle vostre parole.

- Gettate nel fango questo ribaldo, - disse il gentiluomo, voltandosi a’ suoi.

- Vediamo! - disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada.

- Temerario! - gridò l’altro, sfoderando la sua: - io spezzerò questa, quando sarà macchiata del tuo vil sangue.

“Riscrivi il dialogo di sfida intercorso tra Lodovico e il signor tale prima dello scontro fisico, ma calalo nell’attualità espressivo lessicale e nel moderno sentire”.

- Lè’ati di costì.

- Lè’ati te: la precedenza ce l’ho io.

- Co’ parenti che tu ti ritrovi, ce l’ho sempre io.

- Sì, se a’ miei parenti gl’importasse una sega di chi sono i tuoi.

- Fammi passare, morto di fame, sennò ti fo vedere che bocciòlo gli fo a quelli come te.

- Tu dici una cazzata dandomi di morto di fame.

- La cazzata tu la dici te. E se tu fossi al mi’ livello, te lo farei vedere io, co’ un cazzotto e co’ i’ giubbotto, come va trattata la gente che dice le bugie.

- Bella scusa: va’ ‘ìa pirulino, tu se’ tutto chiacchiere e distintivo.

- Pigliate di peso questo rincoglionito incosciente e buttatelo su quella merda di cane!

- T’hai a venire!

- Bischero! Prima t’infilzo e poi spezzo la spada pe’ non portammi a casa il tu’ sanguaccio sudicio e puzzone.

Manzoni, oltre che attuale, è anche incredibilmente duttile e allegro, e dai ragazzi si lascia fare tutto.



 

di antonella landi

In viaggio. In viaggio ascolto  In viaggio dei CSI. Viaggiano i viandanti viaggiano i perdenti / Viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti, viaggia Sua Santità/ Consumano la terra in percorsi obbligati i cani alla catena / Disposti a decollarsi per un passo inerte più in là/ Coprono spazi ottusi gli idoli/ Clonano miliziani dai ritmi cadenzati/ In sincrono. Non si capisce dove vadano a parare? Be’, chi se ne frega. La musica, come la poesia, non deve mica raccontare e farsi capire nell’immediato. Quando ha evocato, ha bell’e fatto il suo. In viaggio fotografo quello che vedo dal finestrino del treno che, freccia rossa e velocissima, mi trascina a nord. Dal finestrino, non vedo altro che neve. La foto è tutta bianca. Bianca come Bianca, la mia compagna di banco del liceo Bianca di Savoia Aosta. Bianca come Bianca, la bambina bionda e bella della mia amica bionda e bella. Bianca come l’epidermide del personaggio femminile di quel libro che mi sono portata dietro nel viaggio. Bianca come la pagina su cui scrivo. Bianca come certe terribili notizie che ti lasciano bianca di paura. Bianca come Milano ieri.

Milano. Milano ieri era un lenzuolo bianco, un lampada bianca, un gelato tutta panna, il mio Mac, una parete in orizzontale, un orizzonte senza fine, un impasto denso di nebbia, foschia, fumo e neve. A Milano il sole è un cerchietto nel cielo, un anello lanciato in alto che non è più sceso, un bersaglio piccolo, una meta che non si lascia conquistare.  A Milano mi devo incontrare con il Gavi. Il Gavi è un amico più che caro. Col Gavi facemmo un pezzo di strada insieme e vidi dove viveva e come, dormii dentro il suo letto, mangiai il suo stesso cibo e parlai la sua lingua per una porzione di anno, tanti anni fa. Ora il Gavi vive lontano, occhi a mandorla e anelito d’Occidente, è un po’ è felice e un poco no, non ci vediamo più ma ci scriviamo sempre, la scrittura ci fece avvicinare, con la scrittura rimaniamo vicini. A Milano il treno si ferma, io scendo e coi miei capelli rossi sporco il bianco del contorno per andare incontro a lui che mi aspetta in fondo al binario.

Dove sei? “Dove sei?”. “Sono a casa, davanti al computer”. Il Gavi non aveva capito che l’appuntamento al binario era per oggi, non per domani. Per farsi perdonare, resta al telefono con me per tutto il tempo che avremmo dovuto spendere insieme davanti a una tazza di caffè a spalancare una valigia di parole. Un’ora e mezzo, e mi si scarica la batteria del cellulare.

Per Brescia. Sopra il treno per Brescia incontro una signora. Mi siede vicina e mi guarda come si guarda una figlia. Approfitto dei momenti in cui non mi guarda lei, per guardarla io. I guanti di pelle alle mani, il giaccone imbottito con la pelliccia al collo, il cappello caldo in testa, i capelli fatti di fresco per un’occasione. L’occasione è andare a far visita a sua figlia, che viene dal sud profondo ma vive a Brescia. E mi ricorda la mia mamma, questa signora, quando prese il treno e venne a trovarmi a Bergamo insieme al cane Nello. Viaggiarono vicini, un sedile lei e uno lui, e alla stazione c’ero io ad aspettarli per portarli nella mia casa da emigrante arredata però come una che ha messo radici. Mi faccio trentacinque minuti di viaggio sprofondata nella memoria di dieci anni fa, il treno taglia in due la bergamasca, una lunga analessi la mia mente. Com’ero giovane, com’ero fragile, e come sono stata forte, come ho fatto tesoro di tutto quello che ho vissuto in quegli anni. Ho immagazzinato tutto e mi porto sempre tutto dietro come una lumaca la sua casa.

Bergamo in corsa. Mi accorgo che attraversiamo Bergamo dalle cascine che vedo e mi ricordo di quella vicina a Bagnatica dove mi portavano spesso a cenare tra tavoloni e panche tutti insieme tra polenta e casoncelli. Mi torna in mente il portinaio argentino Daniel, la vecchia che mi affittò il bilocale in via Baracca, la sua badante spagnola che credeva nella reincarnazione, lo stadio da cui sentivo i gol, la strada che spaccava le montagne, gli uomini di cui non volli innamorarmi, le amiche che diventarono sorelle. Mi cascano lacrime lungo le guance ma do la colpa alla velocità del treno anche se i finestrini sono tutti chiusi e l’aria è immobile e calda.

Brescia e non me n’ero accorta. Stazioncina minimale, alberi a chioma quadrata, massaggi orientali, macellerie arabe, Brescia nebbiosa, Brescia multietnica, coppie miste che camminano abbracciate, giovani deportati nei centri commerciali, e una manifestazione contro il razzismo. Costeggio i binari dall’esterno, in tutto quel grigio sono grigia anch’io ma ho capelli rossi a fare da faro, tacchi larghi per rumoreggiare e farmi sentire che arrivo, taglio il centro in mezzo con un cappello in testa, sogno di sfilarmi gli stivali, fare la pipì, gettarmi acqua sopra il volto, telefonare a mio fratello, cambiarmi d’abito e andare a vedere cosa sta per accadere.

A pranzo col collare. Intanto accade che un prete mi viene a prelevare dall’hotel di lusso in cui risiedo e mi porta a pranzo fuori. Lo guardo e mi fa tenerezza. E’ giovane e voglio sapere la sua storia. Mi dice che l’amore per l’umanità è arrivato ancora prima di quello per Dio. Mi sta simpatico questo prete, ha gli occhi chiari pieni di speranza, ha tutta la fiducia che io ho smarrito in parte e decido che posso raccontargli il mio passato. Il mio passato è un gruppo di amici in salvo dentro le mura di uno spazio incantato lungo una strada abbastanza trafficata, un’oasi senza disturbo, un campo da calcio, due campi da basket, una sala per le riunioni, una cappella fatta in casa, una piccionaia per le prove del gruppo musicale. Il mio passato sono baci con la lingua sotto il melagrano e preghiere in cui credevo, Guccini e De Gregori, Finardi e De André, l’amicizia e l’impegno, la ribellione e la rabbia. Il mio passato è stato tanto bello ed è tornato a galla in ogni presente. E’ grazie al mio passato se tento di essere la professoressa che vorrei essere, se sono la persona che spero di non deludere, se ho la vita che mi sono costruita. Mescolo il racconto ai bocconi di tagliata che mangio per fare incetta di energia e reggere la conferenza che devo tenere di lì a poco.

Di lì a poco. Siedo al tavolone della Biblioteca dell’Università, parlo con un microfono davanti alla bocca, cerco gli occhi di chi mi presta orecchio, mi guardo intorno, leggo dal mio primo libro, leggo dal mio secondo libro, parlo del libro che sto per finire. Mi siede accanto una ragazza con la frangia corta e il viso dispettoso, la lingua lunga e l’animo gentile, la camicia come David Bowie e il borsone per il corso di taglio e cucito. Beve the allo zenzero e prepara da sola omogeneizzati per una bambina che sorride ininterrottamente da cinque mesi a questa parte. Scrive su BresciaOggi, scrive su Grazia, scrive sul blog, scrive sui libri. E quando l’incontro finisce, mi porta a camminare sull’acciottolato di quella città nera di neri e buia di buio, dove Desiderio lasciò la sua corona ed Ermengarda si lasciò morire per amore.

La delegazione bergamasca. Sono stanca, sono distrutta, sono affamata e sono morta. Ma la delegazione bergamasca non sente storie: salta in macchina e si fa un’ora di strada. Sono sei anni che non ci vediamo. L’ultima volta fu una Pasqua che io decisi di passare non con lui, bensì con lei: la delegazione bergamasca. M’inabisso a pianterreno dal mio settimo piano e la intravedo nella hall dell’hotel. E’ una foto sbiadita, uno tsunami di sensazioni rimosse, sono pizze fatte in casa e cene condivise, nottate a ridere e pomeriggi a sorseggiare caffè caldo, generosità senza misure e amore gratis. Tutto il passato me lo sento addosso in una volta e non so se ridere come a quei tempi o mettermi a piangere. Piango. Mi libero dalle tossine dell’emozione, piango e stringo corpi cambiati, piango e mentre mi sento stringere m’accorgo di non essere più quella. Ma poi mi dico che è meglio se ci rido su e così la delegazione bergamasca me la porto nella camera al settimo piano. Ci leviamo le scarpe e incrociamo le gambe sopra a un letto che sembra a quattro piazze, accostiamo il tavolino, svuotiamo il frigo bar, ci raccontiamo tutti i segreti e ci diciamo ti voglio bene, che fa tanto bene. E’ notte quando la nostra notte finisce e la delegazione bergamasca riparte per tornare in quella città a due piani, che per cinque anni fu anche mia.

Commiato. Resterebbe da scrivere di cosa si prova a svegliarsi la domenica mattina a Brescia senza nessuno che ci dorme accanto e c’imprigiona i piedi con i piedi, di com’è facile ascoltare il proprio cuore quando si sta due giorni da soli con se stessi, di come ci vogliono ogni tanto queste trasferte e queste immersioni nel pensiero, di quante pagine si possono scrivere anche a mano, di come nulla sia più importante del sentirsi al mondo e guardare il mondo in prospettiva. Di come sia inospitale la stazione di Milano coi lavori in corso, di come sia misteriosa la mescolanza obbligatoria a cui ci costringe il treno, di come sia difficile pisciare in equilibrio a cavallo di una Freccia Rossa.

Magari un’altra volta.





 

di antonella landi

Insomma no, si diceva il Renzi.

Ora non me la ricordo, la percentuale precisa con la quale è diventato nostro sindaco a Firenze: cinquantanove e rotti, ma i rotti mi sfuggono in questo momento. Mi ricordo invece il giorno, perché faceva caldo e a me le palle avevano ripreso a girare con moto rettilineo, uniforme e vorticoso perché se c’è una cosa che odio è avere l’ascella pezzata, così poco femmina, così tanto scaricatrice portuale.

Era il 22 di giugno.

Renzi c’è chi lo applaude e c’è chi lo detesta.

Chi lo chiama Matteo Renzi e chi lo chiama Silvio Renzi.

Chi dice che finora ha lavorato bene e chi sostiene che è tutto chiacchiere e distintivo.

A me questo sindaco piace molto più di quello prima; al candidato con cui è andato al ballottaggio non oso neanche paragonarlo.

E’ giovane, è colto, sa parlare, è un po’ ruspante e un po’ elegante.

Cinque motivi, così, per cominciare, però mica da poco, perché io sinceramente al pensiero di avere un gallo ignorante come primo cittadino a rappresentarmi in Italia e in tutto il mondo mi sentivo male.

Mi sembra che questo invece si faccia vedere, stia a giro, incontri i cittadini, si faccia tirare la giacchetta, si faccia criticare, chieda pareri, si metta in discussione.

E mi pare che in quello che fa ci metta il nome, il cognome, la faccia, la pancetta e pure la lisca.

La squadra con cui lavorare se l’è scelta di persona.

Gli accrocchi e gli accordicchi mi sembra che non facciano parte della politica che intende fare.

Ha detto fermi! a certi lavori incommentabili voluti e cominciati dall’amministrazione precedente.

Ha eliminato gli ausiliari della sosta, aperto gratis una volta al mese il Palazzo Vecchio ai cittadini, semplificato la ztl, acquisito la Fortezza da Basso come sede espositiva del Demanio Pubblico; ha interrato la stazione tav sotto quella di Santa Maria Novella, ha abolito le ganasce fermandosi alla multa per chi dimentica l’auto nella strada da lavare, ha pedonalizzato il Duomo.

Lo riscrivo: ha pedonalizzato il Duomo.

Ma il Duomo pedonalizzato, dico, l’avete visto o no?

Tutti i martedì visita una scuola differente e sta una mattinata coi bambini e coi ragazzi. Butta via.

Senza esaltate illusioni, io lo sto a guardare.

Però mi piace che sia del ‘75, che si sia laureato nel ‘99, che abbia sposato una professoressa; mi fa sperare che la politica finalmente si svecchi e mandi in pensione quei babbioni che stanno ad ammuffire sulle poltrone ad aspettare di raggiungere la quota massima per andarci. Mi fa credere che un’altra Firenze si possa ancora costruire, una Firenze con le piazze piene di panchine su cui appoggiare il culo per mettersi a cianare col vicino sconosciuto, una Firenze dall’estate generosa d’eventi, una Firenze fausta agli artisti, aperta ai cambiamenti, diversa, innovativa, libera, accogliente, Firenze come Berlino, Firenze com’era.

L’altra sera è comparso alla libreria Brac mentre Riccardo Goretti leggeva le sue pagine. Jeans, polacchine marroni, camicia a righe bianche e celesti, giacchettina blu. Come faceva a non stiantare di freddo? S’è fermato sulla porta, s’è appoggiato allo stipite e ha aspettato, ascoltando.

Il Renzi c’ha questa facciotta da educatore dell’Agesci. Guarda nel vuoto e sembra un po’ intontito. E’ alto e la ciccia non gli manca, anche se alla tele sembra più grasso. Dal vivo ti viene da pensare che da quando è sindaco è insecchito. Non ha l’aria alla guardacomesonofascinosoìo che c’aveva Domenici; meglio così. E bisogna che lo scriva: sembra un po’ imbranato.

Poi però improvvisamente tocca a lui, si ritrova il microfono tra le mani e allora, addio.

Parla come un treno, parla sciolto, parla bene.

A me quelli che parlano bene piacciono. Analogamente, non riesco a digerire quelli che non sanno usare il congiuntivo e che col pronome relativo c’hanno leticato da piccini.

Renzi lo ascolti bene perché non è noioso e perché alterna il registro comico a quello tragico, dantescamente parlando. Intervalla la battuta alla riflessione, ti confida un segreto, dichiara che la canzone del suo cuore è One degli U2 ma che il primo vinile che ha comprato da ragazzo è stato la Lambada, ti racconta una ciana, schiaffa là una citazione colta, parla fiorentino con strascico rignanese e se vuole pronuncia benissimo la cì.

Alla Brac era uno di noi, un giovane e un vecchio, un babbo e un amico, un sindaco e un cittadino.

Io resterò a guardarlo.

Perché se c’è una cosa che detesto è chi giudica a priori, chi decide in partenza che non si fiderà, chi critica perché criticare fa più figo che provare a crederci, chi è troppo di sinistra per considerare chi non ha battuto la sua stessa strada.



 

di antonella landi

La verità?

La verità è che non ci volevo andare.

M’era montata addosso un’uggiolina sonnolenta, una fame nervosa, un nervosismo affamato.

Poi questo tipo qua che vive insieme a me certo non aiutava.

“Te la prendi se non vengo?”.

“E perché vorresti non venire?”.

“Mh, così”.

Mh così= Inter Fiorentina a casa del Pìgola.

“Me la prendo”.

Così è venuto.

“Però prima andiamo a mangiare qualcosina di scfizioso” negozia.

“Va bene” acconsento.

“E paghi te” ci prova.

“Non va bene” ci provo anch’io.

Vinco io.

Lascia un trentino dal vinaino in via de’ Neri, per dodici crostini, due polpette agliate e un paio di calici, rossi, caldi e incoraggianti.

Alla libreria Brac c’è l’organizzatore dell’evento, il presentatore del reading in cui sono coinvolta, i due scrittori che leggeranno insieme a me, musicisti vari e bravi, gente che mangia pastasciutta, qualcuno che sbevazza, un vecchino straordinario che aspetta fiducioso e gobbo, il cameriere con un cappello di lana nera delle dimensioni di un turbante indiano che schizza avanti e indietro come un lemure in allarme.

E ci sono due mie colleghe buffe e ridanciane.

“Se entro cinque minuti tu non fossi arrivata, ci si sarebbe levate dai tre passi” dicono, dichiarandosi un po’ imbarazzate dall’alto tasso di ggiòvani presenti.

In un attimo sale l’ansia anche a me.

Non c’avevo fatto caso, a tutti questi ggiòvani.

Un po’ perché l’anagrafe non è mai stata un mio problema, un po’ perché non ho gli occhiali e tra noi e loro non è che notassi tutto quel baratro psico-fisico, un po’ perché sul giornale c’era scritto che tre giovani scrittori avrebbero letto passi dai loro libri e uno di quei tre giovani… ero io (risate).

Mi sale l’ansia, si diceva.

Ero famosa, qualche annetto fa, per la maestria con cui riuscivo a tirarmi fuori da situazioni che non mi sconfifferavano. I miei amici, che mi avevano osservata cimentarmi nella raffinata performance svariate volte, riassumevano la mia strategia  in una simpatica espressione abbastanza sincopata: vortar’iccùlo e leàssida’oglioni (per i lettori stranieri: girare il deretano e puntare a lidi migliori). E lo facevo a una velocità tale, che il mio commiato assomigliava a una scomparsa in stile Majorana. All’inizio si mettevano a cercarmi. Poi capirono, e smisero di farlo, rispettando le mie scelte.

Ma ieri sera il presentatore cosa poteva saperne?

“Landi! Dove cazzo sei finita!” mi ha sibilato infatti al cellulare.

Io, abbandonata dal mio uomo per ventidue uomini (ventitré col Pìgola) che egli evidentemente preferisce a me, con la scusa di cercare uno sportello bancomat avevo optato per l’atto di vortariccùlo eccetera.

“Guarda che tra cinque minuti si comincia!”.

Quattro minuti dopo avevo un microfono davanti e un pubblico tacito di fronte che non so quantizzare, saranno stati centocinquant’occhi. Pigiati e umidi per il ributtarsi addosso l’acquolina inglobata sulla strada, cercavano di riscaldarsi con bicchieri di vino, suono di parole e alitate come già il bue e l’asinello.

Avevo scelto Boccaccio.

Perché era uomo, perché parlava alle e delle donne, perché aveva vivido il senso dell’umorismo e perchè gli garbava parecchio fare l’amore.

Ma più che altro perché visse con un’aspirazione dentro al cuore, un sogno grande, immenso, sfacciato e corposo, contro cui quel rimbecillito del suo babbo ebbe sempre da ridire: lo voleva uomo di banca, quando Giovanni non si vedeva altro che uomo di lettere.

Mi piace, la vita di Boccaccio. E ieri sera l’ho letta a tutti quelli che stavano a sentirmi.

Mi sono piaciuti, gli applausi che ho sentito a fine lettura. E ho detto grazie.

Poi è arrivato Matteo Renzi. E in quell’ora e mezzo di chiacchiera informale m’è piaciuto pure lui.

Ma questo è un altro post.



 

di antonella landi

Pioviggina uggiosamente, il cielo è plumbeo, l’umidità ci mangia a morsi. Fa un freddo becco, ci nevica intorno e le previsioni gufano che nelle prossime ore potrebbe nevicare anche in città. Ne conseguiranno disagi alla mobilità, difficoltà nel rinvenimento dei parcheggi e crescita vertiginosa dei cimurri.

Non starete mica in casa?

Vi aspetto alle ore 20 alla libreria-caffè BRAC.

Lo so, l’orario è precoce e la prospettiva è di presentarsi tutti (me compresa) con l’ultimo boccone della cena ancora da ingoiare, o lo stomaco deserto nell’attesa di mangiare qualcosina a conclusione di serata, prevista però per l’una di notte.

Però bada qua quanta roba c’è.

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di antonella landi

Lei è fuori dal comune, dalla norma, dalla moda e dalla massa, a partire dal fatto che quando le parli ti guarda dritto in fondo agli occhi per assorbire ogni tua parola e valutare se crederti del tutto oppure farci un etto di tara.

Ti parla piano e vicino, si muove e non lo percepisci, fa sempre i compiti però non lo sbandiera.

Le risposte ce l’ha tutte, ma le tiene per sé fino a quando non la chiami a voce alta per proporle la domanda, momento in cui ti dà la sua versione, accompagnata immancabilmente da un sorriso. Sorride strana, lei, un misto di imbarazzo e canzonatura che sembra destinato a straboccare in una risata grassa, invece no.

In quei cinque minuti che avanzano ogni mattina si fa vicina e cerca di spingere il discorso fuori dal portone della scuola, come se volesse sapere chi sei veramente a parte la sua professoressa d’Italiano, cosa fai quando la campanella suona e la lezione finisce, dove te ne vai su quella macchina scassata.

Così a volte mi viene da dirle qualcosa che mi strugge ma che evito di confidare: che uno dei miei sogni di bambina era cantare in un gruppaccio rock di quelli birbi, per dire.

Oggi nell’ora di ricevimento è venuto suo padre.

Mi ha stretto la mano forte, mi ha guardata dritto negli occhi, s’è fatto raccontare di sua figlia quello che sapeva già, s’è ricordato quello che gli aveva raccontato lei.

E alla fine ha detto: noi le prove si fanno il venerdì dalle nove e mezzo in poi, la aspettiamo.



 

di antonella landi

Il primo regalo è arrivato stamattina alle sette e un quarto. Aveva lo squillo del telefono e la voce di mio padre che cantava sussurrando quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due mentre quella di mia madre s’intrufolava stropicciando le lenzuola.

Il secondo regalo me l’ha fatto il cielo, rischiarandosi di luce e di freddo lentamente. Che io, se mi dicessero ferma il tempo in una stagione, schiaccerei il bottone su questa meraviglia qua, sole e gelo, e al caldaccio appiccicoso dell’afa estiva rinuncerei per tutto il resto della vita.

Il terzo regalo me l’hanno fatto i ragazzi a scuola, che nei corridoi mi venivano a fermare per dirmi profe tanti auguri; andate via, fatevi lontani, non venitemi così vicini che poi mi vedete le rughe nel dettaglio, sciò, via dalle palle, insolenti, come vi permettete di fare accenno a questo giorno, abbiamo forse mangiato la pappa insieme, io e voi?

Il quarto regalo è stato quello dei primini, che prima che io entrassi a far lezione avevano saturato le tre lavagne di grosse scritte grasse, ripiene e gocciolanti aria di festa. Facevano massa tra di loro, un mucchio umano di carne adolescente in mezzo al quale si confondeva la profe d’Inglese, mia amica cara di dieci anni fa ritrovata finalmente in questa scuola dopo l’idillio in cui ci conoscemmo a Borgo San Lorenzo. Quando lei è saltata fuori all’improvviso con il suo viso da bambina tutta occhi luminosi e bocca allegra e ci siamo abbracciate come due tralci d’edera su un pioppo, i ragazzi ci hanno guardate come due marziane, come due bestioline rare, come dire maddài, anche le professoresse hanno sentimenti e sono amiche tra di loro?!

Il quinto regalo mi è sceso addosso dalle segretarie: c’era una collega da sostituire allo scrutinio e questo comportava rimanere inchiodata a scuola fino all’ora di cena. Ero stata individuata io come momentanea supplente. Ma il genetliaco ha un potere tutto suo, destabilizza e disarma, rende tutti buoni con il festeggiato come a Natale lo siamo tutti con Gesù. Perciò niente sostituzione e via a casa alle quattro e mezzo. Certo: domani un dolce in regalo a tutto lo staff, per la gentilezza ricevuta.

Il sesto regalo è stato lui che al telefono mi ha detto: vieni a prendermi al lavoro che ti porto in un bel posto. Il bel posto era il Pugi. Solo chi abita a Firenze ed è schiavo della farinaceodipendenza può capire il valore inestimabile di un gesto come questo.

Il settimo regalo è la casa in cui siamo rientrati, l’ottavo quel gatto che mi viene incontro ogni volta che infilo la chiave nella toppa, il nono la bottiglia di Veuve Cliquot Ponsardin fredda di frigo, il decimo i calzini coi gommini per camminare sopra il marmo riscaldato dall’impianto sotterraneo, l’undicesimo il latte detergente che mi pulisce il viso dal trucco e dalla stanchezza di un giorno di parole, scadenze e relazioni, il dodicesimo le note di Athens, la compilation di Underworld, Karl Hyde e Rick Smith che suonano con Darren Price, Steven Hall e Brian Eno, il tredicesimo la paella che sfrigola sul fuoco, il quattordicesimo i messaggi che mi satollano il cellulare e a cui risponderò domani, il quindicesimo le mail sulla posta elettronica a cui invece ho già risposto.

Il lavoro che svolgo ogni mattina, le pagine su cui sudo tutti i giorni, la bicicletta rosa su cui pedalo, l’asfalto grigio su cui corro, i sogni che accarezzo, le scommesse in cui mi butto, i progetti che coltivo.

Quello che vorrei, quello che ho già avuto.

Quelli che ho incontrato, quelli che conoscerò.

L’inatteso, l’imprevisto.

Quello che mi spetta, quello che mi aspetto.

Ciò che mi ha ferito, ma che ho già dimenticato.

Ciò che mi ha cambiata, per quel giorno, e poi per sempre.

Tutti i regali che ho ricevuto nella vita.

La vita stessa, il migliore dei regali.





 

di antonella landi

Mi sono svegliata alle sei e quarantacinque come se dovessi andare a scuola.

Sono rimasta sotto le coperte per godermi ancora il caldo e dare un ordine ai pensieri che m’inzeppavano la testa.

Ho mosso la punta del piede sinistro perché il gatto mi sentisse e saltasse dalla cesta sul lettone per giocare insieme a me.

Tra agguati, fusa e baci con lo schiocco, il rumore è stato tale che l’uomo che mi dorme accanto, tra il sonno, ha biascicato o dormite o vi levate dalle palle.

Ci siamo levati dalle palle.

Mi sono fatta il caffè, mi sono fatta la doccia, mi sono fatta tre pagine mentre il gatto contemplava l’orizzonte spalmato e muto sulla scrivania.

Quando l’uomo che mi dorme accanto e che ci aveva detto o dormite o vi levate dalle palle si è alzato, ho chiuso tutto e mi sono vestita per uscire insieme.

Il gatto è rimasto in casa a chiedersi perché noi sì e lui no.

Perché noi siamo andati a Viareggio a mangiare il pesce più buono del mondo da Giorgio.

Da Giorgio ci andiamo solo per le occasioni eccezionali.

Da Giorgio ci andammo per la prima volta con il Samu e la Sarina.

Da Giorgio mi ritrovai sul piatto un anello col diamante.

Davanti a me sedeva un uomo che piangeva.

A me prese un attacco critico di riso e mancapoco mi faccio la pipì addosso.

A Viareggio oggi era freddo ma c’era tanto sole e non tirava il solito vento che porta via i capelli.

A Viareggio oggi è cominciato il Carnevale e anche gli adulti avevano la maschera e il costume.

Ho visto famiglie intere travestite.

Mamma tigre, babbo tigre e un tigrotto in passeggino.

Mamma orsa, babbo orso e un orsacchiotto per la mano.

Mamma burlamacca, babbo burlamacco e un burlamacchino con il cappello più grosso di lui.

Gruppi di giovani a tema.

Anziani disinvolti con la parrucca rasta in testa.

Clown disabili in carrozzina.

Ho camminato sulla passeggiata, ho attraversato la pineta, ho corso sulla spiaggia con le braccia a forma d’aeroplano.

Il mare d’inverno non è solo un film in bianco e nero visto alla tv.

Il mare d’inverno ti sequestra gli occhi e te li rende indietro solo quando li trascini via di lì.

Il mare d’inverno ti mette un sasso sul cuore e te lo fa pesare dieci volte di più.

Il mare d’inverno ti fa rivedere le scene di tutta la tua vita.

Un po’ ci ridi, un po’ ci piangi.

Ho preso la fotocamera e ho immortalato nuvole, onde, barche e lui.

Ho preso i tacchi degli stivali e ho fatto buchi sulla sabbia.

Ho preso un bastone e ho scritto un numero sul bagnasciuga.

Una canzone mi rimbombava nella testa.

Quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due.



 

di antonella landi

“Profe che bellezza: tra dieci minuti si esce e fino a lunedì non ci si rivede!”.

“Grazie ragazzi, in effetti è un piacere anche per me. Cosa fate questa sera?”.

“Noi andiamo al ristorante cinese e poi al cinema”.

“Noi  a una festa di compleanno”.

“Io a letto alle nove perché dalla partita torno distrutto”.

“Noi in pizzeria per la classica pomodoro, mozzarella, salsiccia e fagioli rifatti all’uccelletto”.

“Noi ci ritroviamo alla panchina dei giardini e poi vediamo”.

“E lei, profe?”.

Io uscirò verso le cinque, andrò in via Cavour e, nei locali della Galleria di Palazzo Medici Riccardi, visiterò L’essere alla moda, la mostra di abiti dal Medievo ai giorni nostri realizzati dagli studenti dell’Istituto per la Moda e l’Abbigliamento “Lucrezia Tornabuoni”, farò un salto in libreria a prendere un libro per me e un cd per lui, quindi m’incontrerò con la mia amica Claudia che non vedo da tempo e verso le otto prenderò un aperitivo al Rex in via Fiesolana. Forse cenerò fuori, o forse no. Di certo il dopocena lo dedicherò alla scrittura di un nuovo capitolo del mio libro.

Infatti eccomi qua, l’unica cogliona in casa mentre tutto il mondo è fuori.



 

di antonella landi

E’ tempo di scrutini, tempo di valutazioni, resa dei conti, nodi che vengono al pettine, numeri e pagelle.

La penultima classe da mettere al torchio è oggi, io ne sono la coordinatrice e ho l’ansia da prestazione.

Ho inserito i voti nel programma? Ho ritirato in segreteria il materiale cartaceo? Ho in mente quanto proporre per la condotta dei miei venti studenti? Sono pronta per la prova di efficienza, sveltezza e agilità?

Un po’ sì e un po’ no.

Però arrivo a scuola con mezz’ora di anticipo e scopro che ho fatto bene perché lo scrutinio precedente si è concluso con  anticipo imprevisto e mezzi colleghi sono già schierati al tavolone della Presidenza nell’attesa di ricominciare.

In mezzo a loro troneggia il mio Preside, che però non è il tipo che troneggia, piuttosto quello che s’incastra, si fonde e s’armonizza.

Sono vestita di verde, da foglia come dice Belpelato, il verde mi piace, dà speranza e s’intona con i miei capelli rossi. Entro e mi siedo accanto al Grande Capo, che aggeggia alla tastiera e proietta sul muro la schermata con tutti i nomi, tutti i voti, tutte le assenze, tutti i successi, tutte le carenze, tutto spiattellato lì, sulla parete bianca e fredda come il camice di un medico spietato.

Guardo anch’io la panoramica della classe, l’occhio mi cade sui numeri rossi, le insufficienze, i voti da schedina, funebri croci sui primi quattro mesi di scuola superiore, bocche vocianti un fallimento conclamato che non è più possibile ignorare.

E sento che un po’ mi dispiace, penso a cosa succederà in quelle case quando vi entreranno le pagelle, immagino punizioni, tagli alla spesa familiare, rinunce, negazioni, sento le grida, via il motorino, via il cellulare, via la connessione in rete, via tutto, che restino soltanto i libri. Mi dico che ci vuole, che si deve fare, che guai a non farlo.

Mentre penso, seguito a guardare il muro imbambolata.

Ed ecco che dal muro scompare la schermata, spariscono i ragazzi, si cancellano i voti e appare quel mattacchione di Google, la grande pagina bianca con la scritta a quattro colori. Sulla striscia da riempire una mano digita una A, poi una N, quindi una T, dopo una O, successivamente un’altra N, quindi una E, mette lì una doppia L e conclude con un’A. Il motore di ricerca aiuta proponendo Clerici, Lualdi, Boralevi, Elia, Ruggiero, Mosetti e Landi.

La stessa mano sceglie Landi e un faccione si materializza sopra il muro in ciclopiche dimensioni.

Il mio.

Non è male avere un Preside che ha voglia di scherzare.



 

di antonella landi

Che poi alla fine ieri sera l’aperitivo s’è fatto anche al Kitsch in piazza Beccaria. Un locale ibrido, dove children e babbioni danno l’impressione di poter condividere il medesimo spazio senza che nessuno si senta in imbarazzo per la presenza altrui. Non impazzisco per quel posto, non mi piace più (e comunque m’è piaciuto sempre poco) rimediare gomitate intercostali, sentirmi gente appiccicata che mi respira addosso, farmi il piattino di assaggi su cui hanno distribuito sputazzi, peli, forfora e capelli tutti quelli passati tra i vassoi prima di me.

Ma soprattutto sopporto sempre meno stare ad ascoltare giovanilistiche cazzate.

“L’anno scorso, quando dovevo scegliere a quale facoltà iscrivermi, ero in crisi nera”.

“Davvero? Perché?”.

“Perché non sapevo dove andare. Il fatto è che mi piaceva tutto e tutte le facoltà avevano aspetti che mi affascinavano profondamente. Non capisco questa gente che si iscrive a caso all’università, senza provare una vera curiosità per gli studi che si avvia a fare. Non capisco questi ragazzi che escono dalle superiori e non sanno coniugare un verbo. Non dico mica che uno debba essere scrittore, ma Dio mio!, coniugare un verbo! Io sono stata a lungo imbarazzata nella scelta: volevo fare Lettere per studiare la poesia, la linguistica, la storia, volevo fare Lingue per conoscere e comunicare, volevo fare Veterinaria per poi svolgere un lavoro che sono certa amerei, ma mi piaceva anche Giurisprudenza per tutto quello che implicava, Economia e Commercio perché mi sento predisposta. Alla fine ho scelto Medicina, per il desiderio di svolgere una professione in cui ci si dedica completamente al bene degli altri”.

Chi parlava avrà avuto vent’anni. Chi ascoltava, uguale. Un tavolo di quattro o cinque children.

Io e la mia amica, babbione al tavolino accanto, i padiglioni auricolari dilatati come paraboliche, la bocca allargata in un sorriso ebete, le lingue ferme per non perdere neanche una parola, s’è pensato che, finché nei locali dell’aperitivo avranno luogo conversazioni come questa, in Italia c’è speranza.



 

di antonella landi

C’è stato un tempo in cui Virzì lo conoscevano solo a Livorno.

Poi ce n’è stato un altro in cui lo conoscevano in tutta la Toscana, perché di questa terra ruvida e diretta lui incarnava il paradigma.

Erano tempi in cui, se chiedevi a giro per l’Italia ma te, Ovo sodo, lo conosci?, la risposta che ti sentivi dare era no.

Virzì era di nicchia e i pochi che lo conoscevano ne andavano pazzi, perché nessuno come lui sapeva raccontare il puzzo del porto, la vita nei cortili in mezzo ai condomini popolari, com’è musicale quel dialetto strascicato, come patiscono gli adolescenti negli anni del liceo e com’è bello innamorarsi di brutto e trombare fitto fitto con chi si ama.

Uscito da poche settimane nelle sale cinematografiche d’Italia, La prima cosa bella piace a tutti in tutta Italia: se ne leggono ovunque recensioni osannanti, si parla di capolavoro di malinconia struggente e intelligente ironia.

“Bisogna andare assolutamente a vederlo e bisogna andarci insieme!” dico a Elena Quinta, la donna con cui mi sposerei se fossi omosessuale e di cui mi limito invece ad essere amica da quindici anni, cioè da quando lei si fidanzò con un mio amico e io ebbi la fausta ventura di conoscerla, poi loro si lasciarono ma insomma questo è un altro affare.

Elena Quinta è l’amica preziosa, perfetta per uscire la sera. Di fianco a lei, pur essendo in due è possibile sentirsi le quattro  di Sex and the City perché lei è un po’ Charlotte, un po’ Carrie, un po’ Miranda e pure un po’ Samantha anche se non sembra. Elena Quinta ha due figli ma non ha dimenticato che si può parlare anche d’altro e che la vita è vita anche oltre l’adorata prole.

Così inizio ad agitarmi quando vedo che s’avvicinano le sette e lo scrutinio della IIB m’inchioda ancora a scuola. Infilo la mano nella borsa e alla cieca digito sul cellulare F-O-R-S-E-N-O-N-C-E-L-A-F-A-C-C-I-O-P-E-R-A-P-E, dove A-P-E sta per aperitivo. Ché il programma era: 19 e 15 Caffè Sant’Ambrogio per sbevazzare e murare con qualche crostino, Cinema Astra per la proiezione delle 20 e 20.

Ma il Consiglio di Classe si scioglie in tempo, la strada è completamente sgombra, passo da casa per un rapido cambio, scendo per strada allo squillo convenzionale, salto nell’auto della mia amica e mi tuffo con lei nella città che ci spacca le mani per il freddo.

Che Virzì non è più di nicchia ce lo dice la coda che si allunga serpentina in piazza Beccaria e a noi fa parecchio piacere per lui, ma col cavolo che stiamo fuori a bubbolare nell’attesa di un posto magari in ultima fila in mezzo all’umano carnaio che (l’esperienza insegna) spesso al cinema bisbiglia, parlotta, sgranocchia e rumoreggia, quando addirittura non fa squillare il telefonino e (orrore) risponde.

E quindi?

E quindi si va in culo a tutti, si rimanda Virzì a data da individuare, s’imbocca Borgo la Croce e si va sempre dritto, vai lisce così per via di Pietrapiana, piazza de’ Ciompi, Borgo Albizzi, il Corso, via de’ Calzaioli, piazza della Repubblica. Si parla del nostro amico gay che ci fa sangue, del nostro ex rivisto dopo anni per caso all’Esselunga, della nostra vita sessuale, del libro che ci ha tenute sveglie in queste ultime notti, della Gelmini, di Tremonti e Berlusconi, delle buche sulle strade di Firenze, di come va il lavoro a scuola, di sai vado a vedere Travaglio a teatro, di guarda belle quelle scarpe domani vengo a comprarle, di quasi quasi mi faccio rossa anch’io.

Caffè (e dolcino) da Gilli, libreria Edison, miracolosamente semideserta, dove Maurizio, completamente libero, si mette a nostra totale disposizione.

“Vogliamo dei libri da cui straripino emozioni che ci travolgano tanto da non farci dormire”.

Torniamo a casa con La vita, non il mondo di Tiziano Scarpa, Nelle terre estreme di Jon Krakauer, Cecità di Josè Saramago, Bella gente d’Appennino di Giovanni Lindo Ferretti, Lezioni di nuoto di Lynne Hugo e Anna Tuttle Villegas.

E ora a letto, per una notte insonne di parole, respiri, colore e calore.



 

di antonella landi

Scrivono dopo un anno, scrivono da casa, scrivono collettivamente.

Raccontano cosa succede in classe, scendono nell’aneddotica, si soffermano sul particolare, narrano di vicende epiche pomeridiane.

Profe, Tizio e Caio giocavano insieme all’allenamento di calcio, Tizio ha tirato una pedata al pallone ma anziché il pallone ha beccato Caio, e lei dirà, va be’, ma Caio è agile, si sarà spostato, no? E invece no, profe: Caio è rimasto lì come un citrullo, ha preso in pieno il pedatone, s’è abboccato a terra e ora giace in ospedale con il radio che se ne va a giro per i fatti suoi.

Scrivono come parlano, scrivono come mangiano, scrivono senza dare retta alla sintassi e facendo pernacchie all’ortografia: annunciano che verranno a trovarmi nella scuola nuova appena ci sarà un occasione e non ci mettono l’apostrofo, anticipano che potrebbe essere un Martedì e me lo scrivono con la maiuscola, gli viene il lampo di genio e ipotizzano magari si fà forca, con l’accento.

In casi come questi bisognerebbe fare i duri, rimanere impassibili, mettere a tacere il sentimento e ordinare: finché non mi scriverete una mail priva di errori non osate presentarvi al mio cospetto.

E invece non aspetto altro che riabbracciarli e sbaciucchiarmeli ben bene stampandogli l’impronta del rossetto sulle gote lisce.

Subito dopo, corprirgli quei testoni di nocchini e dargli di asini, ciuchi e caproni.



 

di antonella landi

Torno adesso da una più che capillare pulizia ai denti.

Laser, raspino, spatolina, uncino, bicarbonato, pasta bianca e insomma tutto il kit per fare del mio cavo orale un giardino fiorito e profumato come l’Eden.

La dottoressa è stata brava: ho perso poco sangue e poco tempo, in un’ora era tutto finito, mi sento come nuova.

Unico punto debole di questo nuovo status, le fessure interdentali che sensibilmente avverto con la punta della lingua e in cui mi viene spontaneo indugiare e baloccarmi perché mi sembrano dantesche “ruine”.

Il che è nulla, paragonato al disdicevole sputtazzamento involontario di saliva che mi vedo decollare dalla bocca mentre parlo: è tutto un simpatico svolazzo di gabbiani, merli, cicogne e unidentified flying objects che non riesco a gestire né coordinare.

Praticamente impossibile pronunciare (senza colpire e affondare) una frase banale come “SilenZio ragaZZi, smettete di fare i caZZoni e anZi fate attenZione alla SpiegaZione”, tra le più gettonate nel corso della giornata scolastica.

Saranno entusiasti i miei studenti, domattina.



 

di antonella landi

“Meooow… fffffh…”.

“Miao!”.

“Chi sei, tappo?”

“Sono Micino da Scansano! E voi chi siete?”

“Noi siamo i padroni di tutta la collina: ce l’hai il permesso per girellare, correre e pisciare su quest’erba?”

“Be’, questo giardino è mio e quella casa è del mio Amico e della mia Amica, i due umani che mi hanno adottato quando sono rimasto senza mamma”.

“Non è vero: questo giardino è nostro e in quella casa non c’è più di nessuno ormai da cinque mesi”.

“Ma che dite amici! Sembra di nessuno perché noi tre d’inverno abitiamo a Firenze e veniamo qua solo a primavera e in estate, ma vi dico che è mia, mia e della mia famiglia umana!”.

“Be’, a noi  non ce ne frega un cazzo, né di te, né della tua famiglia umana”.

“Perché dite così? La mia famiglia è simpaticissima: il mio Amico è un tipo originale, privo di capelli ma dotato di humor, la mia Amica è un po’ grulla, ma è buona e adora gli animali. Venite, vi porto a conoscerla, vedrete che vi darà una bella ciotola di pappa”.

“Non vogliamo la tua pappa: vogliamo il tuo giardino”.

“Be’, amici, il giardino mi dispiace, ma non ve lo posso dare. Però potrete venirmi a trovare ogni volta che vorrete e io vi ospiterò: correremo insieme sull’erbetta e ci arrampicheremo sulla grande mimosa”.

“Non siamo tuoi amici e non abbiamo bisogno di essere ospitati da nessuno perché qui è tutto nostro, dal più fine filo di erba all’ultimo tronco della tua fottutissima mimosa”.

“Ehi, ma perché siete così astiosi? Siete proprio sicuri che sia tutto tutto vostro?”.

“Tutto tutto”.

“Ma anch’io sono nato qui! Sapete, la mia mamma ci dava ancora il latte quando da un certo giorno in poi non è più tornata alla tana da me e i miei fratelli. Io sono uscito per primo allo scoperto perché c’avevo un buco nello stomaco che mi sembrava di svenire, sicché mi sono affacciato dai cespugli e non ci crederete! Proprio in quel preciso istante sono passati quei due, Amico e Amica. La macchina s’è inchiodata, loro sono scesi a corsa, mi hanno sollevato in alto, mi hanno avvolto in un asciugamano, mi hanno portato in questo giardino, in questa casa, e da allora non ci siamo più lasciati”.

“Uh, che storia lacrimosa… credi di muoverci a compassione?”.

“Niente affatto amici, vorrei solo farvi capire che la vita è tutta una sorpresa, che l’amore universale esiste, che gli umani sanno voler bene e che, sul modello della fratellanza e della sorellanza, anche noi dovremmo rendere reale l’animalanza”.

“Animalanza?! Ma di che diavolo vai blaterando, microbo?”.

“Sono microbo perché non ho ancora compiuto un anno: le mie due veterinarie mi hanno fatto virtualmente nascere il 2 giugno. E’ un giorno scelto per convenzione, a occhio, in onore della Festa della Repubblica”.

“Virtualmente?! Veterinarie?! Convenzione?! Repubblica?! Ma che lingua parli?! Di’ un po’, non è che fai il fighetto di città e cerchi d’intortarci con i paroloni?”.

“Mannò ragazzi, perché siete così sospettosi? Rilassatevi! Io sono un buono!”.

“Ah sì? E, senti un po’, Buono, non è che sei anche un po’ gatticciòla?”.

“Gatticciòla?! In che senso?”.

“Nel senso che profumi come un mughetto”.

“Oh… questo! Questo è il profumo della mia Amica: ambraliquida dell’erbolario. Siccome lei mi si strofina sempre addosso e mi copre di bacini, mi viene questo pelo profumato qua: vi piace?”.

“Ehi, ma per chi ci hai presi?!”.

“Non drizzate subito il pelo, tranquilli, dico così, per conoscere un po’ i vostri gusti, per parlare: per esempio, quale musica preferite?”.

“Musica?!”.

“E sulle pagine di quali giornali vi piace più addormentarvi?”.

“Giornali?!”.

“E su che tessuto vi fate meglio le unghie?”

“Tessuto?!”.

“E qual è la vostra pappa preferita, pollo, manzo o croccantini Prescription Diet linea i/d contro la formazione dei calcoli renali?”.

“Ci prendi in giro?”.

“Ma perché sospettate! Io voglio esservi amico! Così quando a primavera ricomincerò a venire qua più spesso, usciremo insieme. Andate in biblioteca?”.

“Biblioteca?!”.

“E in bicicletta dentro il pet-zainetto?”.

“Bicicletta?! Pet-zainetto?!”.

“Avete amici cani? Io per esempio ho legato molto con un certo Bach, una specie di bassotto nero a pelo ruvido. Certe risate!”.

“Amici cani?!”.

“Ma insomma, cosa fate dalla mattina alla sera?”.

L’hanno messo nel mezzo e gliel’hanno fatto vedere, cosa fanno loro dalla mattina alla sera: sorbottano ben bene i gattini urbani e civilizzati, acculturati ed educati, socievoli e raffinati come lui.

E lui, rientrato d’urgenza in città, ripreso possesso del suo appartamento panoramico, disteso sul divano in tela bianca, la testa sui quotidiani di stamani, la pancia sazia di Prescription Diet linea i/d contro la formazione dei calcoli renali, ancora non se n’è fatto una ragione e conserva sul muso un’aria incredula e attapirata.

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(nella foto: un provato Micino da Scansano)



 

di antonella landi

“Profe, scusi: si dice ceto sociale?”.

“Certo che si dice”.

“E incremento demografico?”

“Naturalmente”.

“Scusi ancora profe: posso scrivere disparità economica?”.

“Puoi eccome. Vai tranquillo”.

Mentre rispondo allo studente attanagliato dal dubbio lessicale, noto uno dei compagni visibilmente spazientito e gli chiedo quale sia il suo problema.

“Nulla profe, mi dà noia che faccia tutto questo puzzo pe’ du’ parole. Ma che ‘un se lo ricorda che viene dalle Sieci?! Che bisogno gl’ha di fare i’ raffinato a questo modo?”.

Al che l’altro sobbalza, freme, si tinge di rosso e replica: “Se è per questo, te tu vieni da Dicomano (’un so se rendo…), un paese che si chiama come un verbo (dico) e un sostantivo (mano), che ti sembra i’ nome pe’ un paese furbo?, voglio dire, dico e mano, non lo so, più imbecille di così…”.

Mancapoco vanno alle mani.

Dico.



 

di antonella landi

“O profe! Ma insomma! E’ in ritardo!”.

Sì, ero molto in ritardo.

La lezione al mattino, la parrucchiera all’ora di pranzo, la riunione nel primo pomeriggio, la tappa a casa da Micino per la dose di pappa e di liscini sulla groppa, sui gotini, nel frontino, sul pancino.

E, sul più bello, la voce della coscienza.

Non andare, dammi retta, resterai delusa, ti amareggerai, anche perché non ci saranno solo loro, ci saranno anche quelli che vorresti non dover mai rivedere, ma che ci vai a fare, magari li chiami, ti fai mettere da parte il libro, te lo fai spedire, ma non ci andare, è anche tardi, lascia perdere, non lo dici sempre pure tu, mai tornare indietro, mai rifare gli stessi passi, mai tornare a ripensarci.

Ma, sul più brutto, la voce di Fidanzato Belpelato.

Cosa?! Non ci vai?! Sei pazza? Preparati e corri in Regione, in quel libro ci sono anche i tuoi ragazzi e ci sei anche tu, ci sono le energie che ci spendesti, il tempo che ci dedicasti, le persone che ti aiutarono a realizzare quel lavoro, ci sono i tuoi ricordi e devi correre a difenderli, il coordinatore dell’incontro è il direttore del giornale su cui scrivi ogni settimana, i ragazzi saranno contenti di riabbracciarti, non deluderli, frégati degli altri, mettiti carina e vai in Regione!

Così ho preso l’autobus in corsa e nel tragitto ho ascoltato Glen Hansard e Marketa Irglova in When your mind’s made up che carica e pacifica con l’universo. Tra le buche e i sussulti mi dicevo che, sì, era giusto andarci e che se fossi rimasta delusa in qualche modo avrei incassato e avrei fatto tesoro anche di quello come di tutto quello che ho incassato in quella scuola dove l’amore più incondizionato si andò a scontrare col dolore più ruvido e amaro.

In piazza San Marco sono scesa perché Matteo Renzi ha chiuso al traffico la zona Duomo, e sugli stivali a tacchi alti mi sono fatta via Cavour, e al civico quattro ho rallentato, e ho varcato il portone, e il cuore mi si era spostato al centro dello stomaco, e magari non c’era nessuno, e magari c’erano tutti, e magari non era ancora il tempo per rivedersi, e magari non c’era tutta quella voglia di abbracciarsi, e magari erano tutti troppo cresciuti, e non si ricordavano più niente, e magari non volevano più che li sbaciucchiassi li sfottessi li guardassi e mi perdessi nei loro occhi giovani e puliti, e mi sarebbe preso male al cuore, e mi sarei pentita di essere ancora così sciocca alla mia età, e mi sarei rimproverata di non aver proprio imparato niente dalla vita, e sarei tornata a casa con un libro tra le mani che mi avrebbe ricordato un brutto giorno, e…

“O profe! Ma insomma! E’ in ritardo!”.

E invece tutto era rimasto come lo lasciammo.



 

di antonella landi

Si incontrarono una mattina di settembre di cinque anni fa.

Alcuni si vedevano per la prima volta, altri si conoscevano già da molto tempo.

Lei se li trovò davanti all’improvviso e sentì che l’avrebbero cambiata.

Trascorsero insieme ogni giorno dei tre anni successivi.

Impararono a convivere nella stessa stanza, discussero per le questioni più disparate, litigarono ferocemente, negoziarono trattati di pace, si fecero scherzi pesanti, si scrissero parole d’amore, memorizzarono tutto su Dante Alighieri e aderirono a un bel progetto sulla shoah.

Il loro lavoro divenne un filmato che partecipò a un concorso, che finì in una mostra e che adesso diventa un libro di storia.

Il libro verrà presentato questo pomeriggio alle ore 16, presso l’Auditorium della Regione Toscana, in via Cavour numero 4.

Loro si incontreranno di nuovo.

Alcuni hanno continuato a vedersi con regolarità.

Altri non si sono più sentiti da quella mattinata afosa e stanca di fine giugno di due anni fa.

Lei ha mantenuto contatti epistolari e telefonici e qualche volta in occasioni eccezionali ne ha incrociato qualcuno.

Non ha mai smesso di pensarli e di ammettere con se stessa che, sì, l’hanno cambiata per sempre, insegnandole un altro modo di fare scuola, un altro modo di innamorarsi degli alunni.

Sarà un pomeriggio di memoria.

E, per una volta, quella dei loro tre anni insieme avrà la precedenza su quella degli ebrei.

Si ricorderanno com’è stato bello essere stati scelti a casaccio dal Fato e pigiati insieme nella stessa classe.

Si ricorderanno che se il Destino avesse battuto vie diverse, la loro vita non sarebbe stata quella.

Si ricorderanno i pianti e le risa, i successi e le batoste, i profumi e i soprannomi.

Impavido, Bellicapelli, Melatiro, Errhemoscia, Mestruata, Ancoranò.

E la loro Profe, che li adorò.

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di antonella landi

Intuibilmente, a scuola non faccio altro che parlare.

Conseguentemente, soffro d’arsura perenne.

E in ogni aula in cui mi reco giornalmente lascio una bottiglietta d’acqua nel cassetto della cattedra così ce la ritrovo il giorno dopo.

“Profe! L’ha bevuta?”.

“Certo che l’ho bevuta: è la mia acqua, l’ho lasciata qui sabato mattina!”.

Io spero che stessero scherzando, quando hanno confessato di averci sputazzato dentro per affetto, di averci fatto scivolare qualche tarzanello di panino masticato affinché io m’abbandoni alla goduriosa pratica del mangia-e-bevi, di averci fatto un gocciolino di pipì per conferirle una nota di colore, di aver estratto dal buco del naso una caccola verde e salata, averla arrotolata a pallina per farla essiccare all’aria e quindi averla calata dentro la bottiglia con precisione certosina per insaporire un prodotto altrimenti sciapo.



 

di antonella landi

Io non conosco nessuno. Io sono ignorante. Io sono cresciuta a pane e cantautori. Io coi miei primi soldi ci comprai LP di classica dai canti gregoriani a quel giorno lì. Io poi mi sentii battere in petto un cuore rock. Io m’innamorai di Vasco e cominciai a seguirlo con l’ebbrezza mistica di una devota a Padre Pio. Io impostavo l’equazione musica uguale impegno, musica uguale ribellione, musica uguale vaffanculo il padrone viva il proletario. Io con l’andar del tempo ho abbattuto le barriere dentro la mia testa. Io mi sono lasciata trasportare. Io ho ascoltato quella popolare, quella etnica, la pop e la new age, l’elettronica e la minimale.

Ma col jazz, io non ce l’avevo fatta mai.

Perché ero prevenuta, ero risentita, ero spinosa.

Ero sorda.

Poi boh. Non lo so.

Le colonne sonore dei film newyorkesi firmati dal regista col cappotto marroncino e gli occhiali a bordo spesso cominciarono a stuzzicarmi.

Lui portò in casa qualcosa da ascoltare.

Lei mi scrisse una lista con dei titoli da acquistare e per Natale mi regalò Diana Krall.

Così ieri ho varcato per la prima volta la soglia del tempio che Firenze ha dedicato al jazz, per trovarci dentro un uomo alto, un ragazzo medio e una donna bassa. Tutti e tre con i capelli a riccioli indisciplinati, tutti e tre con un talento impetuoso.

Erano Javier Girotto risucchiato dai suoi flauti e dai suoi sassofoni. Natalio Mangalavite danzante sulla sua tastiera. E Barbara Casini ammaliatrice con la sua voce di usignolo.

barbaracasini



 

di antonella landi

Risponde all’ultima domanda, piega in due il foglio protocollo, scrive nome, cognome, classe e data, si allunga verso la cattedra, consegna il compito alle mie mani.

Poi tira un respirone, il classico sospiro di sollievo, il gesto tipico del relax, dell’abbandono, della pace con se stessi.

Infine mi guarda, distende la bocca a un sorriso gaudente e fa: “Vede profe, la mia vita da questo momento è tutta in discesa”.

“Ah sì? E come mai?” chiedo.

“Ho risposto a tutte le domande e sono sicuro di aver risposto bene, ora faccio due ore di Educazione Fisica, sicché per me la mattinata a scuola è come se fosse già finita. Torno a casa e trovo il pranzo preparato dalla mamma, dopo mangiato telefono alla mia ragazza e fisso per vederla in centro. Passeggeremo mano nella mano, incontreremo i nostri amici, questa sera andremo tutti insieme in pizzeria, poi a ballare e domattina dormirò fino a tardi senza l’incubo di svegliarmi all’alba per venire a scuola”.

Mentre ascolto quello che mi dice, penso che la mia mattinata è appagante, allegra e serena, che come ogni sabato tornerò a casa e troverò tavola apparecchiata e pranzo caldo appena scodellato, dopo il caffè mi sparerò una pennica di un’ora sul lettone tra braccia e zampe amate, al risveglio scriverò l’articolo per il giornale e lo manderò in redazione, mi preparerò per la cena fuori e il concerto jazz di questa sera e per una notte lunga fino alla fine della mattina di domani.

E guardando la beatitudine disegnata sul viso del mio alunno, mi viene il sospetto di portare in giro per i corridoi una faccia molto simile alla sua.



 

di antonella landi

Nelle mie più romantiche fantasie intellettualoidi, ero sempre stata convinta che il gatto facesse lo scrittore. O almeno che contribuisse attivamente a farlo. Anche per questo ero così contenta di averne finalmente trovato, immediatamente amato e prontamente adottato uno.

Non dice Jeanne Jean-Charles “Scrittori e gatti sono fatti per capirsi. Quello dello scrittore è un lavoro che piace al gatto. Esso adora la carta, i libri, le matite, le gomme”?

Non sostiene Pietro Citati “Soprattutto, adora le penne stilografiche. Quando scrivete, potete star certi che presto balzerà sulla tavola o sul leggìo e si avvicinerà a voi, affascinato dai segni che la vostra mano lascia sulla carta bianca”?

Non scrive Barbara Holland “Uno scrittore senza gatti è quasi inconcepibile. E’ comunque una sorta di perversione, perché sarebbe di gran lunga più facile scrivere con una mandria di bisonti nella stanza, invece di un gatto che cerca di accucciarsi tra gli appunti, mordicchia la penna o cammina sui tasti della macchina da scrivere”?

Non consiglia Aldous Huxley “Se volete scrivere, tenete con voi dei gatti”?

Non avverte Garrison Reed “Uno scrittore senza gatto rischia di prendersi troppo sul serio”?

Non pensa Roberto Ridolfi “Dai gatti uno scrittore ha sempre da imparare parecchio”?

E allora perché Micino da Scansano, ogni volta che mi appropinquo al mio aggeggino bianco, lucido e piatto, mette il muso lungo e si va a rintanare in luoghi occulti, con l’evidente scopo di suscitare in me sensi di colpa per sospetto di abbandono di felino? E perché torna a a rincoglionirmi di beate fusa solo quando lascio il tavolo da lavoro e vado in cucina a lavare i piatti e ritta al lavabo mi faccio fare la gimkana tra le gambe dalla sua pelliccia calda, o per le stanze armata di Folletto ad aspirare parrucchini di polvere e pelucchi mentre lui discute con l’attrezzo vocione miagolandogli contro con veemenza, o in camera a cabiare le lenzuola al letto tra le quali adora creare posticci nascondigli da cui balzare a molla sul mio viso, o in bagno con spugnetta e Cif Ammoniacal per avere la meglio sulle incrostazioni mentre lui infila la zampa unghiellata nel pìsciolo dell’acqua e poi la lecca, o sul terrazzino di servizio a dare il via alla lavatrice mentre lui guarda dall’oblò quella sua televisione personale?

Questo gatto non mi vuole scrittrice di successo.

Mi vuole volgarissima massaia.

Ogni eventuale ritardo editoriale del mio terzo scritto non è imputabile altro che a lui.



 

di antonella landi

Le colleghe di una delle due scuole in cui insegno quest’anno invidiano la classe (quasi) tutta femminile che mi è stata assegnata nell’istituto dove completo il mio orario settimanale.

“Che splendidi orecchini! -mi dicono due di loro- Dove li hai presi?”

Così racconto loro che sono un regalo, un regalo di un’alunna, un regalo improvviso e privo di occasione, perché quando l’ho ricevuto non ricorreva festa alcuna ma era un normalissimo giorno di lavoro.

Sicché loro sgranano gli occhioni e mi dicono fortunata, perché (è vero) combatto guerre quotidiane nella gestione delle mie due classi integralmente dotate di piselli, ma (cazzo!) almeno per tre giorni a settimana mi rimetto la bocca entrando in un ambiente da gineceo greco, dove imperano grazia, dolcezza, educazione e delicatezza.

E guardandomi tra sospiri di benevola invidia, mi confidano che -dopo tanti anni trascorsi in istituti di utenza prevalentemente maschile- avrebbero voglia di una classettina tranquilla e armoniosa, in cui poter lavorare in santa pace senza dover perdere le staffe ogni mattina per ottenere il silenzio e la concentrazione.

Dimenticano forse esse, quanto possano essere complicate e ingarbugliate le ragazze, specie quelle in crescita, quelle in fieri, in divenire, quelle che lottano contro il mondo per essere accettate, quelle che fanno fatica ad accettarsi anche da sole, quelle che non si amano, quelle che non si sentono amate, quelle che hanno l’inferno dentro, quelle che vorrebbero solo vivere leggere e invece sentono un peso continuo nello stomaco, quelle bombardate da modelli femminili devastanti, quelle convinte che non ce la faranno mai, quelle che soffrono di fronte a un mondo come questo che le vuole troie e galline, mentre loro credevano di dover essere molto, molto di più.

In classi come questa, si fa Dante, si fa Manzoni, si fa Storia, si fa Grammatica, si partecipa a concorsi poetici e letterari.

Ma, nella pochezza delle nostre esigue possibilità, si deve provare a fare anche un po’ scuola di vita.



 

di antonella landi

E’ notizia risaputa, ma puntualmente ribadita.

I ragazzi di oggi comunicano tra loro a suon di abbreviazioni e quelle che usano, smozzicandone metà, non sono più di un centinaio di parole.

L’italiano boccheggia, agonizza, sfuma.

Morirà?

“Non permettiamo all’ignoranza di uccidere la nostra lingua! -tuono in classe, invasata come Gerolamo Savonarola- Salviamo le parole desuete, meno usate, più antiche e complicate! Non è anche per questo che studiamo il Romanzo di Manzoni? Avanti! Leggiamo qua: Ma senta, ma senta, ripeteva indarno Renzo; il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso l’uscio. Cosa significa indarno, ragazzi?”

Ed ecco lui: moro, bassino, scattante, energico, sveglio, acuto, intelligente, spiritoso, simpaticissimo e bellino. Lancia la mano in aria, voglioso di dare la sua personalissima risposta, di cui pregusta già il mio compiacimento e conseguente più nel registro personale.

“Nell’Arno!”.

E certo.

Perché infatti Renzo non parte dal suo paesello lombardo per andare a Lecco ad esporre il suo caso all’avvocato Azzecca-garbugli, che lo riceve tra le acque argentate dell’Arno in piena, visto che era novembre, nota stagione delle piogge in quel di Firenze?

Il mio sdegno raggiunge vette inesplorate, il mio sconcerto mi sprofonda nelle viscere della depressione, la mia ira s’abbatte sulla classe intera, che ride contenta al suon di simile cazzata.

Ma adesso rido io, a pensarli gobbi su librino e quadernone, a dare spiegazione personale -e non scopiazzata dal solito vocabolario, tra le colonne del quale vagano peraltro come ciechi errabondi- di una cinquantina di lemmi meno noti, tra cui: indugiare, contristare, abbominata, bandolo, impicciato, fremendo, sovente, suggezione, staio, sciorinata, facinorosi, calunnia, reo, estatica, materialone, bricconeria, tediare, aggrottando, aggrinzando, inespugnabile, dotto, allegazioni, libelli, vacchetta, perorare, giorni d’apparato, penale.

Eh, eh, eh.



 

di antonella landi

Bene, ora che col titolo ho catturato l’attenzione del lettore e mi sono conquistata un posto molto in alto nella classifica dei link più cliccati dagli sporcaccioni che bavosi vagano su Google, mi butto sul racconto dell’aneddoto.

Essendo io fornita di fidanzato fobico nei confronti di tutto quello che assomigli anche vagamente a una siringa, quando abbisogno di una puntura ho solo due scelte: chiamare a casa un’infermiera a pagamento o andare dal mio babbo a farmi perforare delicatamente una natica.

Il babbo è detto anche Mago dell’Ago. Ma abita a trentacinque chilometri da me. Volendo imbastire una valutazione meramente economica, direi che l’opzione paterna (tra benzina e strumo del veicolo) è addirittura più cara di quella che conduce Marina, l’infermiera sopraffina, direttamente a casa mia. Certo va anche detto che Marina arriva, buca il culo, dà una stropicciata alla mela interessata, intasca quindici euro e frettolosamente se ne va, trascurando del tutto l’aspetto umano dell’accadimento. Diversamente, la gita alla casa dell’infanzia può nascondere delizie gastronomiche (incetta selvaggia di scorte per la settimana), regali imprevisti (calzettoni termici con gommini sulle piante) e puntuali sacchettate di affetto, che come tutti sanno scalda anche più dei calzettoni termici.

Così ieri, domenica, giorno d’ozio e di cazzeggio, mentre Torcicollo Man guardava Fiorentina-Bari paralizzato sulla parte destra, io, curva nei novanta gradi di qualsiasi befana fuori tempo massimo, ho raggiunto il paterno ostello, ho esposto la chiappa all’ironico genitore che mi prendeva (appunto) per il culo e mi sono fatta punturare.

“Sì -fa lui- però domani non stare a ritornare fino qua: a scuola troverai pur qualcuno, una bidella, una segretaria, una collega, capace di fare un’iniezione!”.

E invece no, perché l’arte di brandir l’ago sta drammaticamente scomparendo dal patrimonio delle personali, spicciole, quotidiane, indispensabili abilità.

Fatta eccezione per il Bidello Riccardo.

“A Riccardo gli riesce!” annunciano a gran voce tutte le donne della scuola.

“Ma io mi vergogno a tirarmi giù le mutandine e a piazzare il sederotto davanti al viso di Riccardo -protesto- e poi il mio babbo mi ha detto che per la puntura dovevo cercare una donna, non un uomo”.

“Macché macché! Venga venga professoressa, vedrà Riccardo com’è bravo: una piuma!”.

“No, macchè piuma, io veramente mi verg…”.

“RICCARDOOOOO! VIENI! VIENI QUA! LA PROFESSORESSA HA BISOGNO DI TE!!!”.

“No, veramente io ho bisogno di una donn…”.

Ma Riccardo arriva.

Ha la fisicità di un pugile a riposo, lo sguardo buono, l’occhio vispo, la mano enorme.

“Le punture io? Ma certo, ne ho fatte a centinaia, venga professoressa, venga pure nel magazzino insieme a me”.

Il magazzino non ha finestre ed è (non a caso) buio come un culo.

“Ecco, accendiamo la nostra bella luce…” dice Riccardo.

Bella luce un par di palle: il neon colorerà di giallaccio malaticcio le mie natiche rosa neonato e lui si convincerà che io abbia l’ittero.

“Ecco qua… tranquilla eh… si rilassi professoressa, non mi faccia il muscolo… Ualà! Ecco fatto! Tutto a posto, si rivesta pure. Sentito male?”.

No, effettivamente non ho sentito niente, una piuma per davvero quella enorme mano.

“Perdoni l’indiscrezione professoressa -dice Riccardo- ma a casa non ha un uomo che possa farle una puntura?”.

Così mi tocca spiegare che a casa l’uomo, sì, ce l’ho. Ma che, se scarto la confezione di una siringa, quell’uomo (ex boxeur e sedicente sosia del divo americano Bruce Willis) ha un immediato mancamento e sviene rantolando sul pavimento domestico.

Il Bidello Riccardo sorride sornione e conclude il suo intervento infermieristico magistrale con una battuta d’effetto all’altezza dell’imbarazzantissima situazione.

“A dirla tutta, professoressa, sono fobico anch’io. Ma pur di guardarle il culo… questo ed altro”.

Babbo, te lo giuro: ha detto proprio così.



 

di antonella landi

Tra le espressioni idiomatico-lessicali ricordate e fruite correntemente dagli individui un po’ più attempati del paese ove emisi il mio primo vagito d’infante, regna il binomio “il Cieco e la Bellona”.

Non risulta a nessuno che, dietro i due nomi, si celino personaggi concreti realmente esistiti.

Dìcesi tuttavia Cieco qualunque uomo bruttoccio, storpiarello e randagino che si accompagni a una Bellona.

In un’accezione antifrastica volta a esprimere ironia, dicesi Bellona qualunque donna messa fisicamente maluccio, che affianchi un suddetto Cieco.

L’accostamento simbolico al Cieco e alla Bellona, pertanto, non fa di due che stanno insieme una bella coppia.

Tipo io e Fidanzato Belpelato oggi.

Lui, con un’infiammazione muscolare che parte dal collo e si prolunga fino al fianco sinistro, costringendolo a guardare solo a destra.

Io, con un più che classico e stravisto colpo della strega che s’intona ai miei capelli rossi e piallati sul retro da prolungata permanenza odierna tra le coltri.

Per fortuna domattina si ritorna a lavorare.



 

di antonella landi

Esattamente un anno fa, sebbene fosse venerdì e il mio orario prevedesse lezione regolare, io non andai a scuola.

Andai invece in un luogo dove non ero stata quasi mai e da cui tutti cercano di stare alla larga.

Mi fagocitò un atrio di dimensioni esagerate, mi trascinò via una scala mobile.

Percorsi corridoi lunghissimi, freddi e illuminati a neon, respirai odore di disinfettanti e aria chiusa di riscaldamento. incrociai persone vestite di bianco o di verde, con zoccoli di legno o ciabattoni in gomma ai piedi.

Poi entrai in una stanza, sistemai quelle poche cose e mi misi a sedere su una sedia.

Su quella sedia aspettai tre giorni senza fine, piangendo di nascosto, raccontando leggerezze per provocare pensieri distratti, ripercorrendo a mente la mia, la sua, la nostra vita, entrando nei suoi occhi e vedendoci uno sguardo che non ci avevo mai trovato prima.

Crollai di sonno all’improvviso perché comunque il corpo è sempre quello che comanda.

E capii la fortuna sfacciata che mi era toccata in sorte spuntando fuori da quella vagina e non da quella di un’altra donna.

E di quanto il destino mi fosse stato favorevole quando decise che la mia famiglia sarebbe stata quella, proprio quella e non un’altra.

Mi resi conto che le parole di quella pubblicità che avevo sempre trovato odiosa e stomachevole erano vere.

Che la famiglia è la nostra linea di partenza e che per sentirsi veramente liberi bisogna avere radici.



 

di antonella landi

Siccome il giovedì è il mio giorno libero, a scuola sono rientrata oggi, a shock collettivo ammortizzato.

Infatti stamani l’unica scioccata lungo i corridoi ero io.

“Ragazzi, vi ho pensati spesso e ho sentito di voi una profonda nostalgia” ho detto alla Classe dei Panini Ripieni affacciandomi alla loro porta.

“Non ci si crede neanche un po’” hanno risposto loro, freddi, appoggiati ai termosifoni caldi.

“Ve lo giuro: siete gli unici di cui ho sentito la mancanza” ho ribadito.

“Va be’, va be’, a domani” hanno tagliato corto, repirando aria d’inganno.

“Per le vacanze non vi ho dato nulla, ma oggi controllo che siate tutti in pari con il programma svolto finora a Italiano e Storia” ho annunciato alla Classe Diesel.

Sono volati così dieci impreparati, quattro insufficienze e una manciatina misera di sei.

“Profe, glielo confessiamo: stamani non abbiamo voglia di fare un tubo!” hanno cinguettato le ragazze della Classe Tutte Donne Meno Uno, alle quali si è accodato anche l’Uno, entusiasta della dichiarazione delle compagne.

“Peccato, perché io invece mi sento iperattiva come sempre, forza, forza!” ho detto sbattendo le mani come una rock star (un po’ stagionatella ma) invasata che scalda il pubblico prima del concerto.

E ho sparato lì due ore tonde tonde di lezione: rigorosamente frontale, completamente priva di pause, maledettamente tirata.

E probabilmente mortale.



 

di antonella landi

Il giorno prima sono venuti a trovarvi il babbo e la mamma, bussando con i piedi perché le quattro mani erano occupate da scorte alimentari quantitativamente calcolate per una famiglia patriarcale del primo Novecento?

E’ passato un giorno e, penetrando in cucina, venite assalite fisicamente dagli avanzi?

Non temete, non disperate e, piuttosto, seguitemi cieche di fiducia.

Poiché era giorno di festa e, come ogni mamma che si rispetti, anche la vostra ha fatto il bollito scegliendo i pezzi migliori di manzo, ci sta che, spalancando il frigorifero, siate raggiunte da un muggito.

Perfetto. E’ esattamente quello di cui andavamo in cerca.

Riducete immediatamente a pezzi grossolani il cimalino e il muscolo avanzato (se buttate via il grasso che vi salti per aria la cucina) e mettetelo in un tegame insieme a una bella pisciata d’olio novo, una cipolla fatta a dischi non troppo fini e a tutta la poltiglia stracotta di pezzi di carota, frammenti di patata, costole di sedano che abitualmente si mettono nel brodo per insaporirlo a modo. A tegame coperto, fate andare con dolcezza, a fiamma bassa, perché se la cipolla s’annerisce siete fottuti per due giorni, tempo nel quale ella (la cipolla) tornerà a farvi visite indesiderate in bocca.

Mentre aspettate che il mistone s’insaporisca grazie anche all’aggiunta di sale, pepe e peperoncino, sbucciate tre o quattro patate. Cinque o sei, se vivete con un uomo come il mio.

Prima di unire i tòcchi di patate alla carne, aggiungete in pentola della passata di pomodoro.

Andate quindi con le patate.

E proseguite poscia con il brodo, versandone la giusta dose necessaria alla cottura del tubero.

Il piatto sarà pronto una mezz’oretta dopo, non appena le patate appariranno leggermente sfatte, adatte all’operazione di schiacciatura forchettata che avrà luogo una volta servite all’affamato commensale.

Ma cosa scorgo nel vostro frigo, delle rape personalmente cotte dall’abilissima genitrice?

Che non vi passi per la testa di disfarvene malamente, o il frigo vi esploda sulla faccia.

Ripassatele piuttosto con aglio e olio in un tegame e adagiatele su una fetta di pane toscano precedentemente abbrustolito in forno e conditele a crudo con sale, pepe e il solito olio novo delle colline chiantigiane.

Il vino rosso ce l’avete?

E allora siete a posto.

Spegnete il raffinato jazz e accendete la televisione perché il piatto è trucido e va consumato in un’atmosfera degna e intonata.

“La vita secondo Jim”, con Jim Belushi e le risate registrate in sottofondo andrà benissimo: il più che demenziale serial americano narra le familiari e quotidiane vicende di Jim, marito di Cheril, sorella di Andy e Dana. Lui non fa mai un cazzo, mangia come un bove e beve come una spugna, lei manda avanti la casa e pensa a tutto il resto.

Vi ricorderà qualcosa.

Non badateci, piuttosto gustatevi il lesso rifatto con le patate, piatto perfetto per affontare la notte precedente al rientro in classe, domattina, tra rutti alla cipolla e rigurgiti di sugo, per la gioia dei ragazzi che vi stanno aspettando.



 

di antonella landi

Ai tempi in cui ero fermamente convinta della falsa verità di cui mi avevano spietatamente illusa (vale a dire che la Befana fosse una vecchina che volava a cavalcioni di una scopa di saggina per portare dolci ai bambini buoni e carbone a quelli birboni) ogni anno ricevevo la mia bella calza piena di leccornie.

Barre di cioccolata, pioggia di caramelle, agrumi profumati, frutta secca e (poiché la perfezione non è di questo mondo) un quartino di carbone nero e zuccheroso.

Ma non solo.

Come tutti gli altri bambini del Valdarno, io ricevevo anche la celeberrima “fantoccia”.

Lo so, nessuno ne conosce identità, natura, forma, consistenza e sapore.

Perché la fantoccia la si fa e la si mangia solo nelle mie zone, vale a dire nei comuni di San Giovanni (olé), Montevarchi (buuuu) e in qualche paesino di mezza montagna tipo Loro Ciuffenna.

La fantoccia è come un enorme biscotto e può palesarsi in duplice sembianza: o sottoforma di cavallo stilizzato ritratto di profilo, o in quella di bambina immortalata frontalmente con mani e braccia arrovesciate sui fianchi come dire: ‘mbè, che cazzo c’hai da guardare?!

In entrambi i casi la fantoccia è favolosa.

Le decorazioni fondamentali (occhi, bocca, orecchie e sella se cavallo, occhi, bocca, scarpette e vestitino se bambina) sono costituite da palline argentate e frammenti di caramelline e confettini di mille colori, probabilmente tutti cancerogeni.

La fantoccia viene consumata nell’immediato in occasione della festa (inzuppata nel vin santo per esempio lascia un segno lungo tutto il pomeriggio) e (se ci arriva) all’indomani intinta nel caffellatte della colazione prima di tornare a scuola dopo quindici giorni di scandaloso fancazzismo.

La pubertà, la preadolescenza, la giovinezza e l’età matura non sono mai riuscite a strapparmi dalle mani la fantoccia.

Nemmeno il quinquennio di esilio professionale in Lombardia ebbe la meglio sul legame che da sempre mi stringe al biscotto gigante.

La mia Befana personale, che all’anagrafe risponde al nome di Wilma, è sempre riuscita ad avere la meglio su età, abitudini e distanze e, a cavallo della sua scopa in saggina, mi ha raggiunta ovunque per consegnarmi il preziosissimo, impagabile, inimitabile dolce dei bambini.

“Mamma, auguri! -ho detto stamani alla mia Befana chiamandola al telefono- Ci vediamo oggi: vengo a casa a ritirare la fantoccia, va bene?”.

Ma lei non so di cosa si è messa a parlare: rammentava un bambino biondo di nome Francesco, nato due anni e mezzo fa e, a detta sua, ormai padrone di tutto il suo cuore, di tutta la sua dedizione e di tutte le fantocce di questo mondo. Sosteneva che ormai non era più tempo di fantocce, né per me né per quel cimbellone di mio fratello, di sette anni più giovane di me ma ormai come me abbastanza vecchio per questo genere di cazzate.

“Ma di cosa stai parlando?!” le ho chiesto allucinata da quelle brutte nuove che andava porgendomi via cavo del telefono.

Al che la mia SuperBefanona ha capito e col suo aiutante Babbo Natale è salita in macchina, ha bruciato i trentacinque chilometri che la separano da me ed ha varcato la soglia di casa mia portando in una grande borsa tortellini in brodo, cappone, bollito, sottoli e sottaceti, lenticchie e, naturalmente, una deliziosa fantoccia a forma di bambina.

Ora sì che si ragiona.

fantoccia

(nella foto: fantoccia 2010)



 

di antonella landi

Vien via, Niccolò.

Tu l’hai fatta bozzolosa per mesi con la storia dell’esilio.

Hai stramaledetto i Medici che ti c’avevano mandato, il re di Spagna che li aveva rimessi al comando della Signoria, le vicende alterne della storia, le disgrazie personali, la sorte, il fato, la sfiga.

Ti sei inacidito con mezzo mondo, hai lanciato accidenti e anatemi all’umanità, te la sei rifatta con chi stava meglio di te e poteva vivere a Firenze, nell’agio cittadino, in mezzo alla comunità dei propri simili.

Hai tartassato di lettere quel disgraziato del tuo amico (come chi? il Vettori, poveraccio!), piagnucolando con lui per il tuo isolamento, la tua solitudine, la tua inconsolabile frustrazione per essere stato allontanato dalla politica della tua città, torturato per tre giorni e infine spedito in mezzo alla campagna più sperduta a fare il bischero con quattro o cinque omìni all’osteria, ad abbrutirti coi giochini d’azzardo e stordirti a suon di gotti di vino.

O Niccolò.

Oggi ci sono andata, a vedere i luoghi del tuo esilio.

Seguimi: piazzale Michelangelo e poi verso la Certosa, all’imbocco dell’autostrada e della superstrada Firenze-Siena-Grosseto. Ma alla rotonda, prendi per Tavarnuzze (giusto?) e vai dietro la strada, prendi bene le curve abbastanza dolci, supera il cimitero inglese e arriva a un ristorantino affacciato proprio sulla carreggiata di sinistra. Ecco, dopo poco gira subito a destra e inizia a inerpicarti: gomiti e tornanti immersi in una cornice invernale di alberi spogli e cespugli addormentati. Un cielo terso che non ci credi. Scampoli di nuvole burrose, stracci bianchi buttati qua e là nell’azzurro sfacciato.

Ci si arriva in cinque minuti, a Sant’Andrea in Percussina, un passo da San Casciano in Val di Pesa.

E ci si trova… l’Eden.

O Niccolò.

Oltre che un politico spinto, spudorato e amorale, lasciatelo dire, tu eri anche un bugiardo sfegatato.

Tu c’hai fatto credere di essere stato tanto male, d’avere patito tanto, di esserti fatto dupalle a questo modo in quei giorni inattivi, in quelle settimane dominate dal tedio, in quei mesi da dimenticare.

“Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori ricordomi de’ mia: gòdomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in sulla strada, nell’hosteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de’ paesi loro; intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d’huomini. Viene in questo mentre l’hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi”.

Te tu stavi come un picchio, dai retta a me.

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di antonella landi

Presente quando ci si sveglia col languore?

Ma non il languore della nostalgia, o della malinconia, o del tedio leopardiano, o del panico esistenziale che avvolge e soffoca gli esseri umani più sensibili ed esposti agli irrisolti quesiti della vita.

Il languore della fame.

Ma non la fame del mattino, quella che in genere si orienta verso il cartoccio del latte e le macine del mulinobianco, o quella che spinge verso l’armadio e fa vestire in tutta fretta per precipitarsi al primo bar (buono) del quartiere e ordinare cappuccio e briòsc.

La fame del mezzogiorno.

La fame da pasto completo, da antipasto, primo, secondo, contorno, frutta e dolce.

“Cosa c’è per pranzo oggi?” chiede lei.

“Minestrina di verdura” dice lui.

Ma non il passato (che, va be’), e nemmeno la vellutata (che, insomma).

La minestra a tòcchi.

La minestra a tòcchi grossi.

“Ma io odio la minestra di verdura a tòcchi grossi” reclama lei.

“Ma non possiamo mangiare minestra di verdura a tòcchi grossi durante le vacanze di Natale” insiste.

“La minestra di verdura a tòcchi grossi esercita su di me un irreversibile potere deprimente” piange.

“Infatti guarda, sono già depressa” esemplifica.

“Che tortura, la minestra di verdura” si lamenta.

“Quella a tòcchi grossi, poi” precisa.

“Non potevo alzarmi con il piede più sbagliato” simboleggia.

“Ora starò ammusonita, triste e derelitta tutto il giorno” ingigantisce.

“Verrà la sera e non mi sarà ancora passato il malumore” prevede.

“E probabilmente anche domani non mi sarò ripresa” estremizza.

“Pensa invece che bello sarebbe stato uscire e andare a pranzo fuori” sogna.

“Magari verso una delle magnifiche colline che incorniciano Firenze” calca.

“Mica lontano: qui, nei pressi” minimizza.

“Ah, che sogno” sospira.

Alle 13,30, stremato dalla lagna, lui (che fingendosi sordo aveva già messo il pentolino con il minestrone a scaldare sulla fiammella bassa bassa) afferra il telefono e digita un numero.

Prenota un tavolo per due in un ristorantino storico e appena ristrutturato, dal menù consolidato e garantito, dall’atmosfera placida e rilassata.

“Purché voi riusciate a varcare il nostro ingresso tassativamente entro le 14: un minuto più tardi e non vi faremo mangiare, mi dispiace” impone la titolare.

Inizia una corsa contro il tempo, nella quale lei si dà una rincivilita estetica e lui pensa a tutto il resto: chiavi della macchina, ombrello, portafogli, e via!

Sono per le scale, sono nella corte interna del palazzo, sono sulla strada, sono in macchina, sono su per la collina, imboccano la Bolognese, sterzano per Cercina, tagliano campi, guardano panorami, ascoltano tango, si guardano sornioni, lui dice “beh?”, lei dice “eheh!”.

L’ha vinta lei.

“Come sempre” dice lui.

“Perché sei una viziata” precisa.

“Una bambina capricciosa” rincara.

“Una rompicoglioni” colora.

“Ma del resto ormai t’ho presa” s’arrende.

“E ti tengo così” decide.

“Ma non solo: ti voglio tenere anche bene, così tu capisci che uomo sono” gigioneggia.

“E tanto per cominciare ti faccio arrivare in tempo a questo cazzo di ristorante” declama.

In effetti la cosa va così.

I due arrivano precisi, parcheggiano sbiechi, si tuffano nel locale, prendono posto a tavola e ordinano l’ordinabile, consumando un pasto degno degli dèi dell’antica Roma, quelli grassi, goderecci e perennemente sbronzi d’ambrosia.

“E ora sai che cosa ti dico? -sorride lui a fine pasto mostrando tra i denti qualche tarzanello di dolce alle mandorle- Ti porto in un posto eremitico e spirituale”.

Come la nebbia agl’irti colli, i due piovigginando salgono fino a Monte Senario.

Sai -dice lui a lei sfoggiando una cultura copincollata pari pari da wikipedia-  questo santuario fu fondato dai Sette Santi Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria che si staccarono dalla Compagnia Fiorentina in onore della Vergine per ritirarsi in un luogo più isolato. Nel 1241 “a rimedio dell’anima sua” Giuliano da Bivigliano della famiglia Ubaldini che governava il Mugello donò al Vescovo di Firenze una parte del monte in favore dei sette eremiti. Nella roccia scavarono alcune cellette “le grotte” e un piccolo oratorio dedicato a Santa Maria. Preghiera, silenzio e lavoro era la vita dei Sette Santi. Nel tempo accettarono nella comunità i tanti che chiedevano di farne parte. Da qui, l’Ordine si diffuse in tutto il mondo. 800 metri sul livello del mare, il complesso situato sulla cima dell’omonimo monte é costituito da più edifici: la Chiesa di Santa Maria, il Convento con il Chiostro quattrocentesco e la Ghiacciaia. All’interno gli edifici sono arricchiti da numerose opere d’arte: il crocifisso dell’Altar Maggiore di F. Tacca (1619 - 1686) e l’Ultima Cena di M. Rosselli (1634). Il Santuario é tra i luoghi religiosi più importanti della Toscana insieme a: Badia del Buon Sollazzo, Certosa del Galluzzo, Abbazia di Vallombrosa, Santuario della Verna, Eremo di Camaldoli. Il Santuario offre i propri spazi a laici e religiosi per incontri e ritiri spirituali nella quiete e nell’armonia dell’ambiente naturale di Monte Senario. Sei contenta?”.

Lei è contenta anche se ha sgamato immediatamente il plagio delle notizie riportate e sa bene che, se lui è lì, il motivo non si chiama Ordine dei Servi di Maria, ma Gemma d’Abete, il noto liquore aromatico e balsamico.

Ma l’atmosfera è religiosa, diremmo mistica, e così genuina da raggiungere e perforare il cuore anche di coloro che più scientificamente si dichiarano indifferenti al messaggio sovrannaturale.

Il tramonto li raggiunge in vetta, mentre (le mani algide, i cuori caldi, gli stomachi infuocati) essi contemplano la valle verde del Mugello.

Il ritorno a casa è lento, appesantito, appagato, canterino.

Menomale che c’è parcheggio proprio davanti al cancello.

Menomale che c’è l’ascensore proprio in fondo al vialetto.

Menomale che… “Ehi, non senti anche tu questo terribile puzzo di fumo?” dice lei sbadata.

“Davvero” conviene lui più sbadato di lei.

“Non sarà mica andato a fuoco l’appartamento?” ride lei.

“Ah! Ah! Ah!” ride anche lui.

Avrebbero fatto meglio a ridere meno e a vigilare di più: spalancata la porta d’ingresso, una coltre di fumo denso e nero li investe.

Nell’oscurità fuligginosa e sinistra, un’ombra: l’ombra di un gatto seduto, smarrito, incredulo.

Guarda i suoi due amici umani e con lo sguardo chiede loro: come hanno potuto.

Come hanno potuto essere così distratti.

Come hanno potuto essere così sventati.

Come hanno potuto rischiare così tanto.

Come hanno potuto dimenticare la minestra di verdura a tòcchi grossi sulla fiamma bassa bassa, ma accesa?

Il pentolino carbonizzato, l’aria irrespirabile, i finestroni velocemente, completamente spalancati.

Il gatto portato all’aria aperta e abbracciato, baciato, bagnato da lacrime copiose e terribilmente dispiaciute.

Infine guardato con occhi pieni di gratitudine alla vita, mentre con la lingua ruvida e rosa egli lecca guance salate di pianto.




 

di antonella landi

Onestamente, donne: dico a voi.

Avrete sognato, almeno una volta, almeno un minuto, magari mentre sonnecchiavate al torpore del casco dalla parrucchiera sfogliando quelle rivistacce odiose dove le donne sono tutte fiche, di essere come loro e di fare per una volta sola, per un solo giorno… la modella.

Io no, non l’ho sognato mai, perché sinceramente m’importa una sega. E poi, la dico tutta, il fisico da mannequin non me lo sono mai sentito addosso: tozzetta, inquartatella, bassottina, rotondazza, coscia tornita (troppo), fianco generoso (troppo), gamba lunga (poco). Insomma no, niente sogni da modella.

Io semmai, ecco, questo sì: io ho sempre sognato di vivere scrivendo e di fare della scrittura tutta la mia vita.

Poi invece, tempo fa, una mail: mi si proponeva di far da testimonial per una celebre ditta di piumini che, per il Duemiladieci, ha deciso di lanciarsi in una campagna pubblicitaria alternativa al solito bellocciame da rivista patinata. Largo, allora, alla presidentessa dell’Associazione Buddisti, largo alla giovane freeclymber agile come uno stambecco, largo al medico che lavora con passione, allo scultore di settantatré anni suonati che guarda alla vita con gli occhi di un bambino appena nato, alla produttrice di pastasciutta che prosegue l’opera avviata dai suoi avi, all’attore di teatro serio e tenebroso. E largo anche (permesso, sì, scusate, ops, mi perdoni, l’ho pestata) alla professoressa che ha visto il suo sogno di vivere (anche) scrivendo farsi realtà.

Cosa ci dice, accetta?

Cosa vi dico, accetto.

Accetto perché sono curiosa, perché non l’ho mai fatto, perché magari mi diverto.

Accetto perché le piume dei piumini sono d’oca, ma sono (assicurano) quelle che cadono da sole.

E accetto perché parte dell’incasso ricavato dalla vendita di ogni piumino va ai Medici Senza Frontiere.

Benissimo, allora martedì alle tre.

Ehm, bene, sì, ok, d’accordo… mart… martedì alle tre.

Martedì alle tre il campanello suona e al quinto piano si arrampica una folla di persone. Una troupe vera. Profèscional. Mica baubaumiciomicio.

Tre fotografi, una truccatrice, due registi video, due montatori, la copywriter e la Grande Capa. Tutti portano valigie, zaini, borsoni, treppiedi, aste e attrezzature.

Apre la porta Fidanzato Belpelato, intenzionato a non perdersi un fotogramma di questo inimmaginato pomeriggio sul set.

La Seventy House viene giudicata lochèscion assai idonea al servizio: le tende vengono spalancate, il finestrone appare in tutto il suo splendore di vetri puliti (per l’occasione) e di Firenze dietro, il tavolo bianco, sgombro e rotondo viene arredato di Hornby, Ammaniti, De Luca, Galimberti, Kerouac, Tabucchi, McEwan, Doyle. Anche due volumi di Landi buttati là quasi per caso, va’.

Il trucco si fa in mezzo al caos di McBook, fili, cavi e pennette: la pelle è uniformata, l’occhio valorizzato, la guancia spennellata, la bocca impomatata. I capelli, sempre (ommioddìo) rossi, appuntati, no meglio sciolti, no forse meglio un po’ su, no magari meglio giù.

Le luci puntate, i pannelli montati, le macchine da presa appostate.

Il piumino è indossato.

La posa è stabilita.

Lo scatto può iniziare.

Ma ecco, impercettibile e sinuoso dalla camera da letto, materializzarsi un felino bianco e grigio. Fa un ingresso sobrio eppur glorioso nel salone, guardandosi intorno e interrogandosi sulle misteriose cagioni di cotanto disordine in casa. In casa sua, voglio dire. Nel suo incontrastato regno di pace e silenzi, nel suo indiscutibile nido di meditazione e raccoglimento, nella sua tana segreta di certezze consolidate. Chi sono costoro, si domanda. E chi li manda, aggiunge. Ma più che altro: cazzovogliono?

La risposta piove dall’alto e ha la forma di due mani delicate e gentili di ragazza: esse lo afferrano, lo sollevano fino all’altezza di un volto mai visto prima d’ora che ora s’allarga in un sorriso, e lo piazzano sul tavolo accanto a quella professoressa grulla che per un giorno ha accettato di fare la modella.

“E’ lui, quello che mancava: ora è perfetto!” dice la voce a cui appartengono le mani.

Gli sguardi confluiscono sul trovatello di Scansano, gli obiettivi si concentrano su di lui, le assistenti fremono di gioia, la truccatrice gli semina addosso un paio di spazzolate al volo.

Quello che, appena sei mesi fa, era un grumulo di ossa stente, un parrucchino di pelacci ispidi, un paio d’occhi cisposi e uno stomaco disabitato, si ritrova a rubare -divo per un giorno- le luci di una domestica ribalta alla donna che lo strappò alla morte, lo nutrì con amore e lo curò (maremmatroia) a suon di decine e decine di euro.

Dopo due ore e mezzo di lavoro, il servizio viene dichiarato un successo: le foto ingrandite al massimo sul video dei due Apple mostrano un gatto incredibilmente fotogenico.

Micino da Scansano ora si scusa, ma è molto stanco: non rilascia dichiarazioni e rimanda la firma degli autografi a pausa post-prandiale, sonnellino pomeridiano e ronfata notturna ultimati.

Accenna un blando saluto con la zampa, questo sì: perché odia deludere i fans.



 

di antonella landi

Uno sta un paio di giorni fuori città, poi torna e s’attarda in un pranzo in collina più lungo del solito, si distrae a scartare i regali,  ospita vecchi amici a una cena di pesce e cous cous.

E quelli ti montano un circo faraonico in città.

L’impatto è quello del cazzotto in un occhio: una quarantina di roulotte, camion giganteschi, antenne paraboliche, casottini. E poi, a caratteri sfacciatamente cubitali, circondata da lucine perché non sia mai che non la vedi, la scritta: Medrano, in questo caso.

In un lungo passo indietro, mi vedo tra i banchi della scuola elementare, il grembiule bianco con le cifre a punto in croce e il fiocco rosa sfatto e di traverso. Entrava il tipo a portare i volantini accalappiabischeri e io, in quanto bimba, un po’ bischera lo ero.

“Babbo mi porti al circo babbo mi porti al circo babbo mi porti al circo?”

Il babbo, al circo, mi ci portò una volta sola.

Provai angoscia, paura e tristezza.

Ebbi i brividi, i tremori e gli incubi notturni, che andarono a sommarsi a quelli causati dalla testa mozzata del cavallo nascosto in fondo al letto visto per errore in una sequenza del Padrino.

Mi annoiarono i clown e mi depressero gli animali equilibristi, addestrati e buffoni.

E non ci sono mai più tornata.

Non dentro, almeno.

Non allo spettacolo, intendo.

Ma fuori, tra le roulotte, in mezzo ai camion, tra i panni stesi ad asciugare, nei viottoli melmosi dell’accampamento itinerante: oh, sì.

In un passo indietro meno lungo di quello di prima, sono amica della Bobe. L’adolescente più intraprendente, temeraria, maleducata, ficcanaso e inopportuna incontrata in vita mia.

Tutto quello che non si poteva fare, si metteva in testa di farlo e convinceva me a farlo insieme a lei.

Il circo, come tutti i circhi, montava nei pressi dello stadio e lo stadio, si sa, non è mai nel cuore del centro abitato.

Allo stadio la gente c’è solo per la partita, i concerti, e il circo.

Allo stadio è buio e non passa quasi mai nessuno.

Io e la Bobe si sgattaiolava via dalla via maestra e attraverso stradine, viuzze e giardinetti comunali si arrivava nel grande piazzale silenzioso dove macchinoni, camion e case sulle ruote si erano fermati.

Lei cercava di cogliere la vita segreta dei circensi.

Io cercavo gli animali.

Forse con l’olfatto sarei arrivata alla gabbia dei leoni, e così inalavo, inspiravo, tiravo dentro aria, nel tentativo di distinguere la savana tra l’asfalto.

Forse con l’udito avrei riconosciuto la voce delle scimmie, il respiro degli elefanti, i sospiri annoiati delle tigri, e così tacevo e cercavo di non farmi battere il cuore.

Di notte, la testa sotto le coperte calde di casa mia, mettevo a punto il mio piano per la liberazione di tutti i prigionieri, sognavo di aprire le sbarre, di sussurrare via! via! andate via! e di restituire la libertà agli innocenti che l’egoismo cieco degli umani paralizzava in spazi mortificanti e angusti.

Non ho mai potuto guardare animali al servizio sciocco delle persone.

Non ho mai potuto sopportare la vista di una bestia usata.

Non ho mai potuto perdonare chi fa e chi va a vedere il circo con gli animali.

“Ma io ci vado per portarci i bambini!” mi dicono le amiche che si sono riprodotte e credono, nel nome del prodotto a cui hanno dato vita, di poter giustificare anche la scelta più imbecille.

Ai bambini (semmai) si spiega che strappare gli animali dall’ambiente in cui la natura li ha fatti nascere sarebbe come prendere loro e buttarli in mezzo a un lago di ghiaccio per il divertimento dei pinguini.

Ai bambini (magari)  si compra il dvd di un documentario planetario e si fanno godere davanti alla televisione.

Ai bambini (meglio ancora) si compra un biglietto aereo per il continente africano e gli si fa vedere come sono felici e goderecci gli animali in libertà.

Ai bambini (finalmente) si dice che usare altri esseri animati per il nostro egoistico sollazzo è innaturale e immorale.

E agli adulti che vivono di circo si scrive che lo facciano pure, ma che a dondolare su un trapezio, a fare piroette al centro della pista, a lanciarsi in salti mortali e ad attorcigliarsi in pose mostruose siano loro stessi, nell’espressione della loro piena e consapevole libertà.

La stessa che io invoco per gli animali, privi di parola (forse), ma non di sentimenti e sensibilità.



 

di antonella landi

E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte,
lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morte.
Uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre,
ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre.

(Francesco Guccini, La canzone dei dodici mesi)



 

di antonella landi

La redazione è bianca, luminosa, popolosa e incasinata. I telefoni indemoniati, i fogli accatastati, le sedie semoventi, le facce concentrate, i monitor pieni di righe, spazi e caselle.

La redazione si affaccia sul fiume e gode ogni giorno del panorama che io sogno ogni notte perché è stato il mio per sei anni indimenticabili ed intensi: la porta di San Niccolò, il Piazzale Michelangelo, la basilica di San Miniato al Monte, il Forte Belvedere, l’Arno.

Fino a qualche tempo fa, per andare in redazione mi bastava attraversare il ponte. Ora ci vado con la macchina e ne approfitto per parcheggiare nel vecchio quartiere che mi accolse all’inizio della convivenza e rivedere le persone che fecero da sfondo a quella parte della mia vita più consapevole, fantasiosa e appassionata: i baristi del Rifrullo, il pizzaiolo Nicola, i gestori del Fuori Porta, l’Antica Enoteca all’angolo con la chiesa, l’edicolante infreddolito, la coppia di verdurai dalla lingua lunga, malevola e biforcuta, il cartolaio di fiducia tondo e buono come un bombolone alla crema, i pittori vanitosi, i corniciai curiosi, gli antiquari ladri che incrociavo tutti i giorni e che mi regalavano un sorriso.

La redazione esiste da diciannove mesi: è giovane, ma è solida e gode di un’ottima salute che si esprime in percentuali.

Per il suo compleanno e per Natale la redazione ci riunisce tutti, ci regala un discorso di due pagine che vuole gratificare e incoraggiare e ci offre prosecco, pandoro e panettone. Per me pandoro, grazie.

Per un giorno, i redattori si alzano dalle poltrone con le ruote, chiacchierano di argomenti leggeri, non pensano a Matteo Renzi e guardano nel viso i nomi con cui solitamente ragionano via mail. I collaboratori esterni varcano la soglia, si sentono degli ospiti, avvertono una punta di disagio e a volte non sanno cosa dire.

Io appoggio il culo sulla scrivania di colui che legge, impagina e titola ogni settimana il mio articolo chiamandolo pezzullo: stringo mani di cui leggo ogni giorno i nomi, smaglio sorrisi a chi mi guarda e dietro i capelli rossi non mi riconosce, dico poco perché a conti fatti sono timida e pure un po’ imbranata, bevo da un flùt e quindi vado a fare un giro in centro nel buio e sotto la pioggia, spiegando a me stessa che potrei stare un giorno senza mangiare, ma senza scrivere no.



 

di antonella landi

Un pacchetto da parte delle ragazze che, con una visita a domicilio e un’occhiata alla casa, hanno perfettamente intuito cosa mi sarebbe piaciuto ricevere in regalo.

Un pacchetto da parte di una collega che, dopo il buio triennio delle medie, mi fa capire che è veramente un altro tempo e un’altra scuola.

E poi un incontro nel cortile, con qualcuno che avevo lasciato piccolo piccolo, così piccolo da chiamarlo Pupino, che aveva sempre la battuta pronta, che piangeva se raccattava una partaccia, che sorrideva con due occhi e una bocca fantastica da cartone animato giapponese se lo perdonavi poco dopo, che non avevo più rivisto da due anni, che ho ritrovato cresciuto di venti centimetri e che da dopo le vacanze in poi vedrò tutte le mattine perché ha cambiato scuola e si è trasferito… nella mia.

Con le sorprese direi che sono a posto: dichiaro ufficialmente iniziate le vacanze.



 

di antonella landi

I neri all’entrata dei bar che si soffiano nelle mani messe a tubo, i vecchi sulle strisce pedonali che deambulano sul ghiaccio della notte come bambini con la merda al culo, le mamme ancorate ai passeggini con le borse della spesa, i ragazzi in bicicletta con l’iPod all’orecchio e il naso di ciliegia schiacciata che cola liquido chiaro, i piccioni perplessi per la penuria alimentare sui marciapiedi e nelle aiuole comunali, i cani col cappotto e le zampe intrise di pozzanghera, le piante che abbassano il capo e diventano flosce e mollicce, le macchine che ruttano, sbuffano, ansimano, ma non partono, i bambini con gli occhi sgranati fuori dai cappucci con la circonferenza di pelliccia, le mani viola, la punta dei piedi che sparisce, le guance tagliate a fette dalla lama del vento, le labbra schiantate.

Tutti ti detestano, generale inverno.

Solo io m’aggrappo alla tua divisa, mentre guardo con orrore all’estate scontata che fin troppo presto tornerà ad appiattirci e farci banali.

E ti dico: non ascoltarli, resta più che puoi.



 

di antonella landi

Una collega ha perso di recente una persona cara.

Affettuosamente le ragazze della sua classe (che poi è anche la mia) entrano in aula con uno splendido mazzo di fiori da regalare alla loro insegnante nell’ora successiva.

“Mi complimento con voi -dico- avete fatto un gesto nobile e sensibile, la vostra professoressa si commuoverà. Però mi raccomando: accompagnate i fiori con un biglietto. Non si regalano mai dei fiori senza aggiungervi delle parole”

Loro, facendo sìsì con la testina, accolgono il consiglio caldamente e ci tengono a puntualizzare: “Ha proprio ragione profe: lo hanno detto anche ieri a Uomini e donne. Vede che lei si scandalizza sempre quando le nominiamo quel programma e invece poi viene fuori che è un gran dispensatore di perle di saggezza e di insegnamenti di vita?”

Ecco, vedi?



 

di antonella landi

Io detesto far supplenza in classi non mie e questo si sa. Però a volte tocca: accettare, ingoiare, firmare e andare.

“Buongiorno!”

“Buongiorno…”

“Scusate, in questa classe non si usa alzarsi in piedi quando entra l’insegnante?”

“Veramente… no”

“Male”

“…”

“Parecchio male”

“…”

“Oserei dire malissimo”

“…”

“Propongo di rifare la scenetta e ricominciare tutto da capo, con il mio buongiorno e la vostra alzata generale: ci state?”.

“?!”

Torno alla porta, esco dalla classe, chiudo.

Riapro, entro, smaglio un sorriso sfacciato.

“Buongiorno!”

(tutti in piedi, sorridendo –un po’ increduli- anch’essi) “Buongiorno!”

I ragazzi di oggi non hanno educazione quando gli adulti si scordano di insegnargliela.

Ma questo è solo il mio pensiero.



 

di antonella landi

Metti un pomeriggio, le due e qualcosa.

Il freddo buca la pelle ma te ne sbatti: spalanchi le finestre, afferri per il collo il Folletto e inizi ad aspirare. Fai al pavimento un succhiotto di mezz’ora e tiri su peli di gatto, capelli (ommioddio) rossi, parrucchini di polvere e vivaci lanìccioli che giocano a rincorrersi. Preso un panno di cotone, dai la cera (e poi la togli, come insegna il film) sulla cassapanca, l’armadio e il baule. Stiri una montagnola di biancheria e lasci che il tuo lavoro, impilato sopra il letto, racconti di te alla fine del giorno e al rientro di un convivente Belpelato quanto ingrato. Passi lo straccio in bagno, spolveri lo studiolo, rimetti in ordine i libri, aggiusti le luminarie natalizie acquistate e allestite di soppiatto contro le ferree direttive del dittatore del minimalismo. Quel vecchio eterno roccioso di Sinatra nel frattempo gorgheggia Autumn in New York, Moonlight in Vermont e (fedele alla linea e alla coerenza) April in Paris.

Metti che suonano al campanello.

Contrariamente al tuo solito costume che, nel nome della protezione, della privacy e del raccoglimento domestico, non ti ha fatto mettere neanche il nome sul campanello, ti scappa detto un impulsivo chi è.

“PROFE! SIAMO NOI! LE SUE ALUNNE!!!”

Cazzo.

Nonostante l’oratorio, il Classico, la laurea in Lettere e l’educazione montessoriana dei tuoi genitori, la prima parola che ti viene è questa.

Cazzo.

E non ci sono cristi: non ti viene altro.

Cazzo.

Certamente sei conscia di non poterla pronunciare.

Cazzo.

Almeno non a voce alta e non con la bocca accostata alla porta.

Cazzo.

Lanci allora un gridolino dentro cui s’ode un oddìo.

Che poi si scriverebbe oh, Dio.

Ma l’enfasi disperata con cui lo si pronuncia, porta a produrne versione contratta e sincopata.

“PROFE! NON DICA ODDIO, APRA, LA STIAMO CERCANDO DA MEZZ’ORA! ABBIAMO SUONATO A TUTTI I CAMPANELLI E RIMEDIATO UN SACCO DI FIGURACCE!”

Chiudi la bocca al Folletto, abbassi la voce a Sinatra e ti rintani in bagno.

La sensazione è quella che ti abbiano beccata in pieno centro a Firenze in mutande e reggiseno.

Ti smolletti i capelli, ti guardi tra i denti allo specchio: ti spettini un po’ i riccioli, non hai rimasugli d’insalata.

Puoi aprire.

Più che altro, devi aprire.

Spalanchi la porta e, come il Nilo quando esonda, tutti i colori dell’arcobaleno, tutti i profumi dell’erbolario, tutta la luce della giovinezza e tutte le gamme vocali ti straripano in casa.

“Profe! Non riuscivamo a trovarla!”, “Così abbiamo suonato un po’ a tutti”, “E a tutti dicevamo di cercare lei!”, “Poi abbiamo visto la ghirlanda alla porta”, “E abbiamo detto: non può essere questa…”, “Già, la nostra profe non attaccherebbe mai una ghirlanda pacchianotta alla porta!”, “E invece era proprio questa!”, “Profe, che bella casa”, “Sì, chiaro stile Settanta”, “Essenziale, lineare, in pieno minimal spirit”, “E quanta luce!”, “Uh, che terrazzona!”, “Ma quella è la cupola!”, “Sarebbe così vicina, se non ci fosse il traffico!”, “E quello è Micino?”, “Favoloso! Aggredisce?”, “No, grazie profe, il caffè non lo prendiamo”, “No, grazie, nemmeno il the”, “Sa, dobbiamo ancora pranzare”, “Eh, magari una birra…”, “Eheheh!”, “Eheheheheh!”, “Ahahhahahahhaha!”, “Maddài, ci mette anche la musica?!”, “Ma le piace il jazz?”, “Ha ragione, fa molto Natale”, “Davvero ci fa fare il tour della casa?”, “Che bella camera, e che bello specchio”, “E uno studio tutto per lei!”, “Questo nella foto è il suo uomo? Carino, profe!”, “E questa è lei quando aveva i capelli lunghi!”, “E qui siete in Olanda?”, “Profe, questa foto è un po’ sexi”, “Ehehehe! Anche questa, profe!”, “Profe, ma perché non si sposa?”, “Se un giorno si sposa, il vestito glielo regaliamo noi”, “Profe, ma Micino mi tende agguati improvvisi!”, “Profe, ma lei quanto legge?”, “Uh, guardate: tutte le collane della profe!”, “Profe, posso dirle una cosa ora che siamo un po’ più in confidenza? Non la facevo così piccolina!”, “E’ vero profe, senza i suoi tacchi è proprio bassa!”, “Però ha buon gusto e questa casa è stupenda”, “Proprio come la vorrei anch’io da grande, bianca, luminosa, che trasmette serenità!”, “Stasera profe cosa fa?”, “No, sa, perché siccome noi restiamo tutte a dormire a cinquanta metri da qui, potremmo tornare questa sera a farle un’altra visita, magari in pigiama!”, “Ah, va a cena fuori? Mh, peccato… Va be’, passi lei allora a salutarci prima di andare!”, “Profe, posso scrivere su Facebook che sono stata a casa della mia profe? Come dice? Meglio di no? Nemmeno se ometto il nome e il cognome? Ah, occhèi…”, “Baciamoci profe!”, “Sì, anch’io voglio un bacino profe!”, “Arrivederci profe!”, “Ci vediamo dopo o, al massimo, domattina a scuola!”, “Che bello profe, arrivederci!”.

Le scale e l’ascensore le portano via, a te rimangono gli orecchi pieni di suoni, una casa intrisa di aromi, un gatto coperto di carezze, bicchieri vuoti sul bancone, segni di passi sul tappeto e sul marmo, impronte umane sul divano, oggetti spostati, libri sfogliati.

E la sensazione che nel nido di cui sei tanto gelosa abbia fatto irruzione un esercito di grazia, allegria e libertà.



 

di antonella landi

Per l’improcrastinabile espletamento di talune pratiche imposte dalla burocrazia farraginosa e lenta, a lezione ultimata ho raggiunto la segreteria della scuola in cui insegnavo l’anno scorso.

Sbrigato tutto, salutato il bidellame, incrociato qualche professore di sfuggita, mi è balenata l’idea di uscire dalla sede e andare in succursale, dove avevo il grosso delle classi e dove tuttora si riunisce ogni giorno il fior fiore dei miei colleghi più amati.

Così ho messo in moto e svalvolando l’autoradio a tutta randa su Cantaloupe Island di Herbie Hancock ho ripercorso il tragitto che per nove mesi fu il mio cammino quotidiano. Sulla destra, il monte più battuto dai fiorentini alla ricerca di fiori primaverili, fresco estivo, funghi autunnali e neve invernale. Sulla sinistra le abitazioni, il mercatino dell’usato, la via maestra, villa Calamai Ricceri.

Ed eccola là, la mia ex scuola.

Nella finestra orientata a sud c’era la classe a cui facevo Italiano e Storia, quella con cui trascorrevo più ore alla settimana. Oh, me ne fosse stato sul culo almeno uno. Macché. Tutti, mi piacevano, le sei ragazze e i diciannove maschi. Perfino quella montagna di giovane uomo che interrompeva le spiegazioni di letteratura per invitarmi a cena fuori.

Sul retro si affacciava la classe di cui ero coordinatrice: a loro facevo solo Storia e nelle prime settimane avemmo da discutere perché quelli giocavano ai selvaggi e ingrassavano sulla nomea che portavano appiccicata addosso dall’anno prima. Ma dopo un par di mesi eravamo innamorati, a maggio ci arrampicammo insieme sulle Alpi Apuane addentando panini al lardo di Colonnata e d’estate ci scambiammo mail di saluti, ricordi e nostalgia.

Al pianterreno c’erano le due prime, in mezzo alle quali provai più volte l’impressione (accompagnata da un certo sgomento) di essere tornata alle scuole medie.

Al primo piano c’era la quarta del Nanno, dell’Abbo, del Gazzo, del Chiùraz.

E nella prima porta a destra dell’atrio c’era il paradiso. La sala professori più luminosa e accogliente d’Italia. Il punto d’incontro di colleghi umani e goderecci con cui fu bello scambiare opinioni, pianificare lezioni, riunirsi in consigli e apparecchiare tavole imbandite.

Pregustavo di riabbracciarli tutti, di farmi accogliere e avvolgere, di fare irruzione nelle classi, di stringere forte i ragazzi, di incollare baci alle guance e farmene stampare anche tanti da loro.

Poi, proprio mentre parcheggiavo, ho sentito qualcuno dentro me, lì, nel mezzo, all’altezza della bocca dello stomaco, che diceva: non fermarti, inforca la retro, vai a casa, non si torna sui passi, non si guarda mai indietro, riaccendi il motore, guardali da lontano, cristallizzali nel ricordo di com’erano quando li conoscesti e ti salvarono dall’amarezza dei tre anni precedenti.

E ho deciso di dargli retta.



 

di antonella landi

C’ho questa classe burlona che nemmeno se la sorbotti a suon di partacce e nocchini riesce a smettere di ridere e scherzare.

“Profe, posso uscire a portare al bar la lista dei panini?”.

“Sì, anzi guarda, già che vai prendine uno anche per me”.

“Certo profe, con cosa lo vuole?”

“Mah, non so, quali sono i ripieni?”.

“Cotto e fontina”.

“Mh, no, troppo pesante, non lo digerisco…”.

“Salame”.

“Mh, no, mi si ripresenta…”.

“Ovo sodo e maionese”.

“Mmmh, buono, ma la maionese fa ingrassare e poi mi sbiòccolo addosso di sicuro mentre lo addento”.

“Allora c’è l’hot dog”.

“L’hot dog alle undici del mattino?!”.

“O profe, allora non rimane che il vegetariano, con la mozzarella, il pomodoro e l’insalata”.

“Madonnina che panino triste… non posso mangiarlo, mi deprime solo parlarne”.

Si vede che, con queste obiezioni da principessa sul pisello, devo aver scatenato in loro un forte, irrefrenabile desiderio di abbandonarsi alla fantasia e, allo stesso tempo, di pigliarmi affettuosamente per il culo.

Così hanno sciorinato una gamma di combinazioni abbastanza inedite (cotto e unghie di maiale, crudo e ciocche di capelli, insalata e garrino di vecchio, tonno e foca, salame e giraffa, pomodoro e gazzella, fino al più moderno e futurista salsiccia piccante e plexiglass) che mi hanno fatto scordare per una decina di minuti che in realtà mi trovavo lì per Costantino, l’editto di Milano e il Concilio di Nicea.

Un paio di lezioni dopo, mentre l’Impero Romano d’Occidente andava giù, quelli proponevano “cotto e Stilicone”.



 

di antonella landi

“Guarda! Stasera su Sky danno Camera con vista. Lo conosci?”.

A me, chiede se lo conosco.

A me, che prima me lo lessi dalle parole di Forster e dopo mi comprai la videocassetta.

A me, che poi partii per andare giù, al nord e me li portai entrambi dietro, libro e film.

A me, che quando mi veniva il magone per tutto quello che avevo lasciato e mi saliva in gola la malinconia della mia città andavo a letto e mi ci addormentavo.

C’ho dormito per cinque anni, con la signorina dal faccino tondo Lucy Honeychurch, con il bellissimo George Emilton e con quel coglione di Cecilio.

Le palpebre mi si facevano pesanti per il sonno ma io non mollavo e dicevo a me stessa mentalmente: ancora una sequenza, arrivo in piazza Santissima Annunziata e poi lo spengo.

Invece poi non lo spegnevo mai e l’alba mi coglieva con il sibilo frusciante della televisione rimasta accesa sullo zero.

In piazza Santissima Annunziata ci rivedevo me e il mio cane Nello a ciondolare sui gradini con il vento in faccia/ alzo le braccia/ pronto a ricevere il sole/ pronto a ricevere il sole. In quelle vie strette, storte e buìcce mi scorgevo e poi m’addormentavo, ma piangendo piano, e la mattina attorno agli occhi c’avevo le crosticine secche delle lacrime che non m’ero asciugata.

Chi cazzo me l’aveva fatto fare, di lasciare tutto e trasferirmi giù, al nord?

Poi a posteriori tutto riconquista un senso e la visione prospettica delle scelte esistenziali ce le fanno vedere per quello che sono state davvero: al bivio, aver preso un sentiero anziché un altro. Nient’altro.

Cosa sarebbe accaduto se fossi rimasta, se non fossi partita?

Firenze mi avrebbe sdegnata perché non avrei lavorato, la scuola statale sarebbe arrivata molto più tardi perché ai precari di allora toccava un iter più lungo e sfiancante, non avrei mai conosciuto gli alunni che ho avuto e che ho amato, non avrei mai incontrato Dora Miscoppiailcervello di Marsala, Maurizio Cespuglio di Mazara del Vallo, Laura Sensitiva di Barcellona, e il mio caro amico Giuseppe. Non sarei mai stata accolta nella comunità montana di Frasnadello e per me Anna, Vittoria, Daniela e Patrizia, che in un anno diventarono quattro sorelle, non sarebbero mai esistite.

Tra partire e non farne di nulla è sempre meglio andare e buttarsi nel gorgo della vita. Anche a costo di addormentarsi per cinque anni con le lenti appannate dai vapori di lacrime e di sospiri per le scene di un film girato nella città che ti manca così tanto da non farti dormire.

E poi riprodurre tutto quel vapore una sera di quindici anni più tardi, in una casa al quinto piano di Firenze, abbracciata ad un gatto e ad un uomo che allora non osavi neanche sognare perché ti sembravano un sogno troppo grosso per sperare di vederlo tradursi, un giorno, in realtà.



 

di antonella landi

L’Antologia del biennio inaugura la sezione dedicata all’amore con la fiaba raccolta da Italo Calvino “La ragazza mela”, che narra di quel re e di quella regina assai depressi a causa di mancanza di eredi.

“Perché non posso fare figli, così come il melo fa le mele?” sospirava la regina.

Ora successe che alla regina, invece di nascere un figlio, nacque una mela. Una mela colorata come non se n’erano mai viste.

Il re la prese e la mise in un vassoio d’oro sul terrazzo.

Orbene, in faccia a questo re ce ne stava un altro, e quest’altro re, un giorno che stava affacciato alla finestra, vide sul terrazzo del re di fronte una bellissima ragazza bianca e rossa come una mela che si lavava cantando I feel good nananananà e si pettinava al sole.

Quando costei s’accorse che quel guardone la puntava con un rivoletto di saliva alla bocca, turbata si riscosse e rientrò nella sua mela.

Ma il re numero due ormai era fottuto: aveva raccattato una cotta clamorosa per la tipa e voleva a tutti i costi farla sua. Per questo attraversò la strada e andò a bussare ai suoi regali dirimpettai chiedendo alla regina di poter avere in dono da lei quella strafic… ehm, quella mela esposta sul davanzale del terrazzo.

“Non ci penso nemmeno -tagliò corto la regina- quella mela m’è costata bombardamenti ormonali e cure antisterilità, ho speso uno stonfo di quattrini e girovagato per tutte le cliniche del mondo: sarei una pazza se la regalassi a te”.

Poi invece, si sa come vanno queste cose, per non aver da litigare con il vicinato ella cedette e regalò al re numero due la figlia mela.

Egli era tutto un brodo di giuggiole e passava le giornate a contemplare la sua bella. Non la sfiorava nemmeno con un dito (il fesso) ma si accontentava di guardarla mentre lei si lavava le ascelle, si svuotava i condotti auricolari dalla marmellata, si smoccicava il naso dalle caccole e si pettinava quei capelli di seta.

Il caso però volle che questo re oltre che sfigato fosse anche bamboccione: viveva infatti ancora con sua madre, una matrigna stronza e invidiosa ma anche furba come una faina che non tardò a notare qualcosa d’insolito nel comportamento di suo figlio, ma me ne sarei accorta anch’io, perché quello stava ore e ore chiuso in camerina sua, sicché i casi erano due: o si ammazzava dalle seghe o (più probabilmente, visto che aveva passato da un bel po’ la fase onanistico-adolescenziale e andava per i trenta) nascondeva qualcosa di losco nella stanza.

Quando il re partì per la solita guerra che scoppia in tutte le fiabe, la regina cattiva si sfregò le mani pregustando l’incursione abusiva che di lì a  poco avrebbe fatto nella camera del figlio.

Solo che (oibò) non ci trovò nulla.

Se non (guardando bene) quella mela.

“Bah -pensò- ma se a tavola la frutta me la scaca sempre?!”.

Per cui, oltremodo insospettita, afferrò il coltellino a serramanico che portava in tasca e fece a pezzi il frutto, dal quale uscì immediatamente un fiume di sangue.

“Oddìo! -gridò la donna- Cosa ho combinato!”.

Eh, ciccia, cos’hai combinato. L’hai combinata grossa, lasciatelo dire. Ora quando torna il re te ne accorgi.

Ma il re alla guerra dormiva tra due guanciali, perché aveva lasciato le chiavi di camera sua a un servo fedele.

Il quale però, opportunamente drogato dalla stronza, s’era addormentato e aveva perso completamente i sensi.

Immaginarsi come ci rimase quando si riprese dal coma, andò in camera del suo padrone e trovò la mela fatta a fette e pronta per essere incastrata nell’impasto di una torta.

“Cazzo cazzo cazzo” era l’unica frase che riusciva a mettere insieme, facendo fare alla stessa parola da soggetto, da predicato verbale e da complemento oggetto senza stare lì a perdere tanto tempo con la consecutio temporum.

Poi si ricordò che (toh, che caso) aveva una zia fata. Specializzata (ri-toh, che caso) nell’incollamento di mele aperte in mille spicchi da matrigne stronze.

In un attimo la ragazza mela tornò intera, sana e intonsa. Semmai un po’ incerottata, ma meglio di nulla.

In quel mentre tornò il re dalla sua guerra.

“‘Scolta biondino -disse la ragazza mela, che non aveva mai spiccicato parola per tutta la fiaba- mi sarei un po’ rotta i coglioni di fare la mela e basta: che mi sposi te o mi accontento del tuo servo, che almeno lui una botta ogni tanto magari me la dà?”.

Il re capì che era il caso di quagliare, la afferrò alla vita, la coinvolse in un dinamico casché e le infilò venti centimetri di lingua in gola.

Chiaramente vissero felici e contenti, dopo un matrimonio da mille e una notte e dopo mille notti d’ispirazione sado-maso.

“Piaciuta, ragazzi?”.

“Mah, insomma profe… abbiamo letto di meglio”.

“Ma come! E’ proprio carina! Cosa non vi ha convinti?”.

“Le numerose incongruenze”.

“Ah sì? Tipo?”.

“Be’, difficile da credere che da una mela possa uscire una ragazza”.

“In effetti”.

“E che una ragazza possa rientrare in una mela”.

“Sì, forse”.

“E che in uno stesso paese ci siano due re”.

“Be’, infatti”.

“E che questi due re vivano proprio uno davanti all’altro”.

“Effettivamente”.

“E che la regina, dopo tutta la fatica fatta per avere una figlia, quantunque mela, accetti di darla via all’altro re”.

“Obiettivamente”.

“E che il re numero due non metta mai le mani addosso alla ragazza mela”.

“Eh, già”.

“E che la matrigna del re numero due viaggi con un coltellino in tasca”.

“Eh sì”.

“E che il servo abbia una zia fata specialista in mele affettate”.

“Ehehehe, questa in effetti è buona”.

“Insomma, questa fiaba non ci garba”.

“Bene, allora riscrivetela voi”.

“COSA?!”.

“Sì, riscrivetela voi: per la prossima volta in cui avremo Antologia”.

Nasce così la nota fiaba “Il ragazzo finocchio” dove si narra di un re e di una regina depressi perché non avevano un erede e di quando un giorno la regina partorì e dette ala luce un finocchio, un bel finocchio bianco e verde dalle foglie grasse e polpose, e di come il re di fronte affacciato alla finestra s’innamorò di lui vedendo che da quel finocchio usciva tutti i giorni un figaccione palestrato per fare due ore di pesi sul balcone, e di come però ci si mise di mezzo il servo eccetera eccetera.



 

di antonella landi

Uscita di casa per raggiungere le Oblate e ascoltare Margherita Hack sul sistema solare ai confini dell’universo, ieri sera mi sono invece ritrovata al primo piano della Mel Books Store a stringere la mano a Enrico Brizzi e a parlare con lui davanti a un bicchier d’acqua nell’attesa che partisse l’intervista.

Veniva da Bologna a presentare l’ultima fatica: “La nostra guerra”, 632 pagine di storia vera e finzione letteraria ai tempi neri del fascismo.

Poiché mostrava un volto molto più maturo di quello divulgato dalla stampa ai tempi del suo esordio, gli ho detto “Sei cresciuto, eh!”.

Effettivamente siamo cresciuti tutti, da quel 1994 in cui Jack Frusciante uscì dal gruppo e Brizzi balzò in vetta alla classifica dei libri più venduti e letti dai giovani.

Era giovane lui, che non aveva neanche vent’anni, ed ero giovane anch’io, cazzo se ero giovane.

Quel libro mi commosse e travolse. Sussultai davanti all’uso anarchico della punteggiatura e allo pernacchia alle regole della sintassi. Brizzi osava. Brizzi scandalizzava. Brizzi mi divertiva da morire.

Lo feci leggere a molti miei studenti.

E, quando smisi perché mi era cominciato a sembrare un libro poco scolastico, vidi tante colleghe in assorbente esterno proporlo in lettura ai loro alunni.

Oggi Enrico Brizzi è a quota sette romanzi firmati da solo, una raccolta di racconti scritti a quattro mani, un’autobiografia non autorizzata del 1999, uno studio critico del 2006, tre racconti per scrittura e immagini e uno per bambini.

Oggi Enrico Brizzi è più stempiato, più vissuto, più magro e sposato con Cristina Gaspodini, che nomina nel corso della sua intervista e ringrazia in fondo al libro.

Oggi Enrico Brizzi cammina.

“Capite, ragazzi? Cammina a piedi!” spiegavo stamattina in classe ai miei studenti.

“Capirai! Perché, noi non camminiamo?” dicono loro insensibili e quasi strafottenti.

“Voi non capite: Brizzi è partito da Oxford ed è arrivato a Roma. A piedi”.

“Séééé, comenò”.

“E poi è partito da Roma ed è arrivato a Gerusalemme. Sempre a piedi”.

“Sìsì, certo”.

“E una volta ha attraversato l’Italia dal mar Tirreno all’Adriatico. Ancora una volta a piedi”.

“Ma certo, ci crediamo, profe…”.

Alle camminate dell’autore non hanno creduto, però il brano proposto dall’Antologia -tratto dall’archivio magnetico del vecchio Alex- li ha convinti come all’epoca convinse me.

“Prossimo libro in lettura per casa?”.

“Prossimo libro in lettura per casa!”.

Alla faccia di chi bistratta gli scrittori contemporanei e non accetta l’idea di una scrittura e di una letteratura in continua evoluzione.

“… Aidi?”

“Sì?”

“Domani, a scuola, quando ci vedremo, per favore, corrimi incontro. L’ho sperato tutti questi giorni e non è mai successo…”

“Accidenti, profe. Se qualcuno mi dicesse domani a scuola quando ci vedremo corrimi incontro, io impazzirei di gioia perché mi sembrerebbe una vera e propria frase d’amore” commenta sussurrando la ragazza in fondo a destra.

E infatti siamo in quella sezione che la nostra Antologia intitola “Noi e l’amore”.

Che (non lo dice anche quel film?) è una cosa meravigliosa.

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di antonella landi

E poi c’è questa collega che, a ogni intervallo, tira fuori un thermos di the verde bollente come appena tolto dal fuoco, lo offre ai presenti e ne sorbisce una tazza in raccoglimento pressoché religioso.

Ma il bello è che ce n’è anche un’altra che, a ogni intervallo, ne estrae dalla borsa uno identico e fa la stessa identica cosa: offre e beve.

Potevo restare indifferente alla cerimonia del the?

Eccomi infatti in sala docenti col mio thermos in acciaio satinato nuovo di pacca: simulo indifferenza e distrazione, estraggo, stappo, verso.

Le due mi notano, mi raggiungono, puntano il dito, si guardano a occhi sgranati, ridono.

In un attimo (la notizia è ufficiale) si costituisce la “banda del thermos”: un trio di donne molto diverse tra loro eppure analogamente bruciate alle barbe, rese comuni dalle materie umanistiche che insegnano, dall’amore sragionato per il mondo animale che provano, dalla radicata, radicale e insradicabile simpatia per gli studenti a cui non riescono a sottrarsi, dalla cieca speranza nella pur remota possibilità di cambiare il mondo con l’arma della cultura di cui (inspiegabilmente, visto il mondo come va) testarde s’illudono.



 

di antonella landi

Entro, sorrido, saluto, “grazie, seduti”, firmo il registro, scrivo gli assenti e -con la coda dell’occhio- la vedo.

E’ una cimosa, un cancellino, insomma la spirale di feltro che toglie il gesso dalla lavagna: quella in questione vola alta nell’aria, lambisce il soffitto dell’aula, si libra graziosa in un volteggio armonioso che imbocca una strada precisa, orientata a sud-ovest, diretta a colpire un bersaglio puntato.

Atterra, spolvera, macchia, poi giace, mentre concentrici cerchi restano impressi su quel jeans scuro che sembrava nuovo.

“Chi è stato?”.

“Io no”, “io no”, “nemmeno io”, “io neanche”.

“Chi è stato?”.

“Io, profe, le dico di no”, “lo giuro, non io”, “io no, le assicuro”.

“Ripeto: chi è stato?”.

“Profe, perché guarda me?!”, “Io so di chi è la colpa, però non lo dico”, “Io l’ho tirata ieri, ma oggi no”.

“Lo chiedo ancora: chi è stato?”.

Silenzio.

“Esigo sapere chi è stato ed esigo saperlo da chi è stato”.

Silenzio.

“Se non dite chi è stato interrogo in massa”.

Silenzio.

“E faccio una strage”.

Silenzio.

“E non perdono nessuno”.

Silenzio.

“E pesco a caso”.

Silenzio.

“E infierisco sugli impreparati”.

Silenzio.

“Allora, riformulo la domanda: chi è stato?”.

Silenzio.

“Sono delusa”.

Silenzio.

“Sono molto delusa”.

Silenzio.

“Perché perdono cimose che volano, ma ignavi cha tacciono no, non li perdono”.

Silenzio.

“E mi dispiace constatare che ne ho una classe intera”.

Silenzio.

“Una delusione profonda a livello umano”.

Silenzio.

“Che mi fa sentire dentro un’amarezza inconsolabile”.

Silenzio.

“E mi fa pensare che come insegnante ho fallito, perché insegnare la Storia non serve a niente, se la Storia non produce il cambiamento degli studenti in individui migliori”.

Silenzio.

Ma, nel silenzio, una mano alzata, un volto scuro e una voce chiara.

“Profe… sono stato io”.

La lezione riparte, il sorriso ritorna, il Medioevo scorre e, quando suona alla porta, l’intervallo si porta via frustrazione, conflitto, omertà e delusione.



 

di antonella landi

Firenze io l’amo.

Ma non faccio come gli innamorati, ciechi davanti ai difetti dell’oggetto del loro amore.

Io lo vedo bene che è una città sonnacchiosa e intorpidita dall’apatia culturale, che facilmente si bea di glorie passate ma è  troppo distratta per crearne di nuove a memoria futura.

Purtroppo lo sento, quando la taglio nel centro: che un po’ non c’ha soldi, un po’ non c’ha idee e un po’ non c’ha voglia.

E ogni volta mi dico: vergogna, scandalo, schifo.

Eppure io l’amo, Firenze. Tanto che non esitai a lasciare la mamma, il babbo, il fratello e gli amici, per correrle incontro e farmi adottare. Tanto che non ho mai rimpianto di aver detto addio a una vita che in cinque anni mi ero creata in un’altra regione, in un’altra provincia, e che mi piaceva. Pur di tornare a Firenze ho fatto di tutto per non innamorarmi in un altro posto. E anche dopo vent’anni mi si cosparge il corpo di brividi se la rivedo dopo qualche giorno di lontananza. E godo di goduria vera, quando leggo che finalmente a Firenze si fa qualcosa per cui valga la pena di uscire di casa la sera col freddo.

River to river è una rassegna di cinema indiano che già da tre anni approda in città e ci si trattiene per una settimana.

Mette le tende nella sala più suggestiva e va in onda tutti i pomeriggi e le sere. A volte anche il mattino.

Il cinema indiano, quando è bello, lo è proprio tanto.

Chi non vide, ai suoi tempi, Monsoon Wedding?

Ecco, al cinema Odeon ieri sera davano Little Zizou, opera prima di Sooni Taraporevala, pluripremiata sceneggiatrice di quella indimenticabile pellicola che narrava di un matrimonio sotto il monsone, e di molto altro.

Quella di ieri era la storia di due famiglie parsi rivali. L’undicenne Xerses Khodaiji appassionato di calcio, che sogna di incontrare Zidane. Il fratello maggiore Ataxerxes, artista talentuoso innamorato della figlia del vicino.

C’è sempre l’amore, nel cinema indiano.

E ci sono colori che da noi non si trovano, dialoghi surreali, scene buffe.

C’è il carattere di un popolo agli antipodi del nostro, che non ci somiglia ma ci attrae, che parla una lingua completamente diversa ma canta motivi italiani.

Ieri sera all’Odeon c’era anche lei, la regista.

E con lei c’era sua figlia, una bimba scorbutica e scheletrica, intrisa di schiettezza, tutta natura, seducente attrice nel film di sua madre.

Così Firenze l’ho amata ancora di più, pedalando per tornare a casa nella notte, col freddo sul viso e un tafferuglio nel cuore.



 

di antonella landi

Si parte per raggiungere i duecentottantasei metri di Montemerano e accaparrarci un posto all’enoteca Antico Frantoio, già sfondo del libro prima e del film poi Under the tuscan sun.

Si parcheggia proponendo un aperitivo innocente al Glicine.

Si ordina un prosecco, si occupa un tavolo al sole.

Si socializza con due famiglie romane -quattro genitori e altrettanti bambini- che addentano pane fragrante e porchetta pepata.

Si decide di copiare senza ombra alcuna di pudore.

Si eccede con la comanda.

Si legge il giornale, in una cornice di addobbi, quattro alberi spogli, la fontana centrale, ciclamini per segnaposto, l’orologio comunale, l’arco medievale, il cassero senese.

Si rinnova la macchina fotografica, si rubano volti locali, si immortalano i nuovi capelli rossi, si ritrae la solita testa glabra di chi li ha già persi da tempo con orgoglio e furore.

Si ascoltano i vecchi giocare a carte e bestemmiare sotto visiere di berretti mimetici.

Si guarda la valle con strisce di nebbia spalmata, si perde di vista il confine del mondo.

Si viene a sapere che di notte si arrostiranno castagne da bagnare al vin rosso e caldo all’aroma di cannella.

E si decide di tornare a guardare le stelle da questa terra diversa.



 

di antonella landi

La Maremma d’inverno ha i colori del marcio: il marrone di foglie putrefatte dall’umidità, il giallo di pampini rimasti a ciondolare dai rami bassi e nudi, l’arancio di pomi appesi ai primi alberi di Natale di cui madre natura fa omaggio agli umani.

Sono ghiandaie in volo che tagliano in due la collina, falchi in sospetto equilibrio sui pali della luce, pecore che proteggono agnelli di lana dalla voce bambina.

La Maremma è strisce di grigio, macchie di nero, pozze di luce e spicchi di cielo.

Un serpente d’asfalto è la strada da fare per arrivare nella casa isolata che d’estate ha un volto e d’inverno ne ha un altro che non gli somiglia per niente, che col caldo straripa e sconfina in metri d’erba verde e gialla e col freddo si ritira e rifugia dentro i suoi muri al chiuso, s’illumina di candele, si scalda di stufa e s’improfuma di legna odorosa.

La Maremma è oblio, follia, godimento e perdizione per un gatto che ormai s’è convinto che anche la vita in città possa andare, purché condivisa con persone che giocano, inseguono, cacciano, recitano e, ogni giorno, comunque, ci sono. Ma la Maremma… be’, la Maremma è la terra natale, è il ricordo del primo incontro, la genesi di un amore, la prima prova di una convivenza partita in sordina e poi eternata da un giuramento solenne a cui nessuno intende mancare.

E il susino è spoglio, la mimosa è rugosa, l’olivo infreddolito, l’abete grigio in piena salute che rigurgita resina molle.

La musica cinge, la pagina urla, il silenzio assopisce, l’aria inspira ed espira.

La Maremma è questo.

E molto altro ancora.

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di antonella landi

Venerdì, ore 14.

La lezione finisce, si preparano gli zaini e le borse per uscire, ci si avvicina alla porta, si scambiano due chiacchiere meno formali del solito, la campanella suona, ma un crocchio si trattiene intorno alla cattedra.

“Perché non ve e andate? Che ci fate ancora qui?”.

Dicono che non hanno fretta, dicono che non hanno un autobus da prendere al volo, dicono che possono fare anche con calma tanto chissenefrega: pranzano insieme a casa di una di loro.

Che (tu guarda il caso, a volte) abita a venti metri da casa mia.

“Be’, ma allora vengo anch’io!”.

Lo dico per gioco, lo dico per scherzo, lo dico per sfida.

E un quarto d’ora dopo sono davvero a tavola con loro, a sorseggiare cucchiai di minestrone, a storcere il naso davanti a spaghetti tonno e aglio, a farmi spalmare di nutella una fetta di pane a cassetta, a concludere con un caffè.

Ho portato un gatto per mostra e un libro per regalo.

Abbiamo parlato,ammesso, raccontato, confessato, condiviso, riso.

Ma che bella casa, sapete che io da piccina, mia mamma fa così, la mia invece no, mio fratello rientra tardi, il mio babbo non c’è più, ti piace la feta, non so cucinare, ho voglia di famiglia, cercatemi Micino, esco a fumare sul terrazzo, passami un tovagliolo, devo andare via.

Ci siamo guardati da vicino, con occhi diversi da quelli che abbiamo a lezione.

I loro erano splendidi: curiosi, saturi di luce e spalancati verso il mondo.



 

di antonella landi

“Profe! Perché non scrive un libro anche su di noi?”.

“Davvero profe! Lo scriva!”.

“Uh, come ci piacerebbe!”.

“Sì, ne saremmo così orgogliose!”.

“Parli delle nostre vicende biografiche!”.

“E delle nostre personalità!”.

“Eh, profe, allora, quando lo comincia?”.

E andava vista la loro faccia delusa, quando ho detto che effettivamente un libro c’è e che lo finirò nei quindici giorni liberi delle vacanze di Natale.

Ma che non parla di loro.



 

di antonella landi

Presente la scena classica da film romantico, americano e un po’ sborone?

C’è lui che rientra a casa dal lavoro prestigioso in cui riveste un ruolo al top. E’ più tardi del solito. Ma lui ha un motivo grandioso a giustificarlo. La cravatta è un po’ allentata, la giacca aperta, il primo bottone della camicia bianca slacciato.

E poi c’è lei.

Lei è stata tutto il pomeriggio in casa a non fare un’emerita minchia e gli va incontro melliflua, sinuosa e sensuale. Indossa un liseuse sopra la camicia da notte che non ha trovato tempo e voglia di togliersi, avvolta in quel torpore fannullone che solo le mogli degli uomini straricchi possono concedersi di provare. Ai piedi calza ciabattine in raso bordate di pelo di struzzo bianco latte. I capelli sono in ordine. Il trucco perfetto. L’alito alla viola.

Lui (sospirando, del tutto privo di alitosi): “Mia cara…”.

Lei (agganciandosi al suo collo, con voce di flauto): “Tesoro… ti aspettavo un’ora fa… “.

Lui (sospirando ancora, l’occhio a triglia bollita): “Sì, hai ragione, sono in ritardo, perdonami…”.

Lei (mugolando a gatta in conclamato stato di calore): “Mmmh… mi sei mancato…”.

Lui (fiero e macho come il Romeo di disneyana memoria): “Anche tu, amore mio”.

Ma ecco, mentre con un braccio l’avvolge alla vita con presa dolce e maschia, con l’altro penetra delicatamente nella tasca destra dei pantaloni, da cui estrae un portachiavi, attaccato al quale penzola una chiave grande, dalla sommità gommosa e rinforzata.

Lei (sgranando un paio di occhi mascarati): “E… questa?!”.

Lui (orgoglioso di aver stupito un’altra volta la sua donna): “Questa… è per te”.

Nel parcheggio personale del villozzo ove la coppia vive da anni, scalpita una Porche (in altre pellicole una Maserati), comprata e condotta fino lì per l’adorata mogliettina. Che, distolta per un attimo dalla sua noia quotidiana, gioisce e -per una notte- gliela dà.

Trasferita al nostro quotidiano, alla nostra esperienza e al nostro portafoglio, la stessa scena imbocca il sentiero del seguente svolgimento.

C’è lui che rientra dall’ufficio, dopo una scarpinata che lo fa scendere dal veicolo a pedali sudaticcio e lievemente appiccicoso: la coerenza ambientalista e l’amore per la natura tuttavia lo giustificano ampiamente, glorificandolo.

E poi naturale che c’è lei.

Lei, che ha schiacciato le due del pomeriggio a scuola e ha insegnato per cinque ore in quattro classi differenti saltando dall’Antico Egitto al Comune Medievale, per tornare all’Impero Romano e quindi accasciarsi sulla Rivoluzione Inglese, e poi, una volta a casa, ha mangiato con l’imbuto, ha lavato i piatti, ha rifatto il letto, ha passato l’aspirapolvere, ha corretto venti temi, ha scritto un articolo e ha aggiornato il sito, lo guarda dal divano da cui non intende alzarsi, anche perché c’ha il gatto in collo che fuseggia gaudente e beato piantandogli ad àncora gli artigli nelle cosce. Indossa i pantaloni sbertucciati, sformati e lisi di una tuta nera con la quale si allenava un quinquennio addietro e una maglia mangiata ai polsi che una volta era bianca. Ai piedi porta i calzettoni antiscivolo fidi compagni dell’inverno. I capelli (freschi di tintura rossa) sono sparati e sostenuti in aria da mollette, fermagli e pinze anni Ottanta, recuperati dall’adolescenza nel nome del vintage. Il trucco è qua e là stinto e sbafato. L’alito sa di patatina Pai, di cui qualche isolato tarzanello ancor s’incastra al lavoro del dentista.

Lui (con l’alito alla peperonata della mensa aziendale): “Micino!”.

Lei (tirandogli un cuscino dal divano): “Come Micino! E io?!”.

Lui (conscio di mentire, ma attore consumato): “Tu, lo sanno tutti, sei la mia micina!”.

Lei (nient’affatto fessa e, quando nervosa, pure un po’ volgare): “Dove cazzo sei stato finora?!”.

Lui (abile manipolatore di femmine tese e psicologicamente instabili): “Ho ritardato per te, amore”.

Lei (facendosi sempre più sospettosa): “Ma di che vai blaterando, chiacchierone?”.

Lui (razzolando malamente in tasca e rimanendo imprigionato nella piega del jeans a causa dei chili in esubero): “Di… queste”.

Lei (strizzando gli occhi per mettere a fuoco l’oggetto estratto di cui, causa forma acuta di astigmatismo misto a miopia galoppante, non distingue che confusi contorni): “Ma cosa sono?!”.

Lui (sfavato e anche un po’ stanchino di quella sdolcinata pantomima familiare a cui deve sottostare): “Ma sono due chiavi, amore!”.

Nel cortile interno del complesso condominiale anni Settanta in cui la coppia risiede dallo scorso aprile, allucchettata a un palo e in paziente attesa di essere montata, domata e cavalcata, sonnecchia una bicicletta rosa confetto nuova di pacca.

Economica, ecologica, agile, facile, allegra, leggera, femminile, sciantosa.

Bellissima.

(Vai coi titoli di coda)



 

di antonella landi

Tre ore di compito in classe.

Nell’aula, silenzio, caldo, sana tensione, respiri, grattate di testa, mordicchiamenti di labbra, scorticamento di unghie, ciucciamento di penne. Insomma, la classica concentrazione da verifica.

D’improvviso, una manina alzata e una vocina dal fondo.

“Professoressa, posso fare un appello urgente alle mie compagne?”.

“Appello?! Mah, non saprei, che tipo di appello? Va be’, dai, di’ pure, ma in fretta, che c’è il compito”.

“RAGAZZE! DA OGGI DOVETE ASSOLUTAMENTE INIZIARE TUTTE AD ANDARE IN BIBLIOTECA CON REGOLARE ASSIDUITA’!”.

Le facce e le risposte delle compagne oscillano tra l’assonnato, il disturbato, il perplesso, il distratto, l’incredulo e l’interrogativo.

“Ah sì’?! E perché?!”.

“PERCHE’ HO PERSONALMENTE SCOPERTO DA QUALCHE GIORNO CHE LE BIBLIOTECHE STRARIPANO DI BELLISSIMI RAGAZZI!”.

Dopodiché riabbassa la testa e torna seria sul suo foglio protocollo, lasciando loro ad appuntarsi il consiglio sulla Comix e me a rimpiangere tutto il tempo sprecato della mia adolescenza, quando studiavo barricata in casa, isolata dal mondo che si radunava in biblioteca a mia insaputa.



 

di antonella landi

La mia curiosità nei confronti dell’acquisto per corrispondenza sarebbe dovuta essere congenita, ancestrale ed ereditaria. Ma non lo è stata mai per niente.

Nitida nella mia memoria l’immagine di me e mio fratello influenzati a letto da piccini: io divoravo libri di Rodari, lui si stordiva alla tv, infrenato nei canali in cui si pubblicizzavano pelapatate, sbucciacarote e arricciolazucchine. Li avrebbe comprati tutti. Come avrebbe comprato le bilancine per gli alimenti, i pesi per i muscoli, i coltelli Shogun, le pasticche per dimagrire, il tapis-roulant, l’attrezzo per gli addominali, il rullo antisgocciolo per pitturare le pareti e il panno di daino per asciugare una macchina che ancora non aveva.

Quando la mamma e il babbo annunciarono che, lo sapete icché, ragazzi?, cambiavano il lettone e che, quasi quasi, voi icché dite?, provavano quello della Eminflex, il celeberrimo nonché pubblicizzatissimo materasso dell’elefante, mi ci scappò da ridere, perché io temevo la fregatura e ironizzavo sui creduloni che si fanno abbindolare dai consigli per gli acquisti sputati al vento dal tubo catodico.

Ma poiché sono dieci anni che i miei genitori dormono (e -presumo- tutto il resto) su quel letto e da dieci anni ne parlano un gran bene, dopo la stipula del contratto per l’acquisto della casa in Maremma, ci eravamo lasciati convincere anche noi: me medesima e Fidanzato Belpelato.

Ordinammo un lettone maxi con tutto l’apparato relativo di federe, lenzuola, piumini estivi, autunnali e (grazie a una paraculissima unione dei primi coi secondi) invernali.

Attendemmo un’estate intera.

Ma (ahinoi) il corriere non comparve mai alla nostra porta.

Presso la ditta si giustificarono asserendo il ridicolo motivo dell’eccessiva distanza da Bologna (?!) e dell’imbrogliato tragitto completamente fuori dalle rotte cittadine (?!) che il corriere avrebbe dovuto sciropparsi.

E va be’: ne comprammo uno a Grosseto al triplo del prezzo e ce lo sistemammo al piano superiore della bucolica magione.

Di recente, l’annoso dilemma è tornato a riproporsi nella coppia.

“Bisogna cambiare questo giaciglio -dichiara una sera il mio coinquilino nonché convivente- basta con questo cazzo di futon e con questa base in legno dura come il sasso: compriamo un letto vero anche per la nostra casa di Firenze!”.

Sì, compriamo un Letto Vero!

E siccome siamo anche noi duri come il legno del letto che intendiamo cambiare, ritentiamo con la simpaticissima ditta dell’elefante (povero elefante, oltre che sfruttarti malamente per il divertimenti sciocchi dei turisti occidentali in vacanza in Oriente, ti sputtanano anche a livello d’immagine commerciale).

Mi assumo dunque l’impegno di portare a termine la facilissima impresa (cosa vuoi che siano una chiamata, una prenotazione e una passiva e speranzosa attesa dell’oggetto?) e compongo il numero che passa in sovrimpressione ventiquattr’ore al giorno: 051-8060 (memorizzatelo bene e non fatelo mai).

“Pronto, buonasera, qui è la Eminflex, sono Cristina, in che cosa posso servirla?”.

“Salve Cristina! Vorrei fare un ordine e prenotare il kit completo di rete in doghe larghe e resistenti, materasso morbido, avvolgente e anatomico, due cuscini nuovi di pacca freschi e profumati, coprirete e coprimaterasso!”.

“Bene gentile signora, la faccio immediatamente richiamare a questo numero da una nostra addetta”.

Un nanosecondo dopo, la richiamata.

“Pronto?”.

“Salve gentilissima signora, lei ha chiamato la ditta Eminflex per effettuare un ordine di rete, materasso, cuscini, copriletto e coprimaterasso?”.

“Sì, neanche un minuto fa a dire il vero”.

“Benissimo! Come preferisce pagare, gentile signora, in contanti alla consegna o in comode piccole rate mensili?”.

“In contanti alla consegna”.

“Perfetto, signora: tra i due e i dieci giorni lavorativi lei riceverà la telefonata dal nostro corriere, in modo che possiate concordare il giorno e l’ora precisa per la consegna, va bene?”.

“Va benissimo, grazie!”.

“Grazie a lei gentile signora per aver scelto i nostri prodotti!”.

All’ottavo giorno lavorativo, ecco la telefonata che attendevi.

“Domattina alle undici, va bene?” ti chiede il Bartolini.

“Va bene” rispondi, calcolando mentalmente che per fortuna hai un’ora di buco in mezzo alla lezione e potrai tornare a casa, accogliere il corriere e rientrare in classe in tempo per l’ora di Promessi Sposi.

L’indomani il corriere si presenta a casa: è un peruviano alto centocinquanta centimetri e da quanta roba solleva giornalmente ha i muscoli anche nelle gengive. Quando scopre che risiedi al quinto piano e che nell’ascensore a fatica c’entra lui, smadonna in lingua spagnola, abbraccia la rete e si fa dieci rampe di scale a piedi, quindi riscende, abbraccia il materasso e si rispara le dieci rampe di scale di cui sopra. Quindi scende di nuovo e quando risale per la terza volta consegna due cuscini, un coprirete e un coprimaterasso.

Suda, puzza e ha i coglioni parecchio girati.

Rifiuta il caffè e ingozza al volo il succo di frutta al pompelmo.

Mi porge la ricevuta da firmare e scappa, imprecando contro la ditta che lo sfrutta, lo sottopaga e lo schiavizza, ma ringraziando me per la generosa mancia.

Felice all’idea di non dormire più su un cazzo di letto giapponese ma su un occidentalissimo lettone nazionalpopolare, mi tiro dietro l’uscio di casa e torno a scuola per la seconda parte della mia lezione.

Al rientro, annuso però un odore sospetto: puzzo di chiuso? di vecchio? di stantio?

No, mia cara: di muffa.

Da quel poco che intravedi dall’imballatura ancora intonsa, una doga del letto appena entrato in casa è coperta di un sottile ma aulente e fastidioso strato di muffa pelosina.

Chiami immediatamente la ditta bolognese per discutere dello spiacevole inconveniente.

“Pronto, ho ricevuto oggi il kit Dormita Sana che avevo prenotato, ma noto adesso che una doga della rete è ammuffita”.

“Un attimo, la faccio subito richiamare”.

Noti che, improvvisamente e inspiegabilmente, il “gentilissima” e il “signora” sono andati a farsi a farsi fottere.

Aspetti quell’oretta, poi ti monta il nervoso, perché oltre che quello di muffa inizi ad annusare odore d’inculata, per cui richiami.

“Sì, buonasera, ho chiamato un’ora fa, vorrei esporre il mio problema relativo al nuovo letto e alla sua povera doga ammuffita…”.

“Sì, la faccio richiamare subito dall’ufficio clienti”.

Che strano: hai proprio del tutto smesso di essere “gentile” e di essere “signora”. Ti chiedi come mai, mentre aspetti che qualcuno dall’ufficio clienti si degni di sentire cosa vuoi.

Ma ci vorranno altre tre (3) telefonate, l’ultima delle quali a volume vocale dodici (12), affinché la gentilissima (bah) signorina Angela muova il culo e digiti il tuo numero di casa.

“Mi dica”.

“Le dico che ho una doga della rete coperta di muffa e quindi vorrei il cambio della rete stessa”.

“Be’, se la doga ammuffita è solo una, le mando una doga da sostituire”.

“Ma come una doga da sostituire! Io ho pagato con soldi puliti e profumati: esigo un letto pulito e profumato!”.

“Non se ne parla”.

Mentre la gentilissima Angela si manifesta per quello che è (una stronza matricolata non-trombante, frustrata da un lavoro che evidentemente non le piace e che la spinge a comportarsi da incivile coi malcapitati clienti), ti dirigi verso la rete appoggiata in verticale alla parete e ne sventri il cellophane che la protegge: per scoprire che (ORRORE) anche nelle altre doghe compaiono macchie muffate.

“Mi correggo signorina, sto togliendo il rivestimento in plastica dalla rete e vedo che anche le altre doghe sono, sebbene un po’ meno, comunque ammuffite”.

“No, signora, lei poco fa mi ha detto una sola doga, quindi io le mando in sostituzione una sola doga”.

“Ma io rientro ora dal lavoro e sto visionando in diretta insieme a lei l’oggetto che mi avete inviato: le dico che anche le altre doghe sono colpite dalla muffa!”.

“Ma lei poco fa mi ha detto una sola: le faccio notare che questa telefonata è registrata e che indietro non si torna”.

Ecco.

Non lo so.

Dev’essere stata quell’ultima frase.

Venirmi a dire che “la telefonata è registrata” e che “indietro non si torna”.

Dev’essere stato quello ad otturarmi la vena.

A intasarmi i sentieri della riflessione atarassica e buddista.

A compromettermi l’aplomb.

A far saltare le strategie diplomatiche.

A spingermi verso quell’unica decisione relazionale, apparentemente deprecabile ma sostanzialmente consigliabile a ogni essere umano che non abbia voglia né intenzione di passare da imbecille, ladro, bugiardo e fregone: infamare, maltrattare, strapazzare e mandare affanculo quell’arpia ricattatrice assolutamente sprovvista di qualità professionali e umane.

Alle mie colorite proteste la signorina risponde che non crede a una parola di quello che le ho detto e che aspetta una documentazione fotografica di ciò che vado sostenendo.

Nulla di più facile, se quella fava di fidanzato non avesse fatto fuori (in un modo di cui solo pochissimi e selezionati amici sono a conoscenza) la Olympus digitale che gli avevo amorosamente regalato per il suo ultimo compleanno. In mancanza della fotocamera, mi avvalgo perciò del programma Photo Booth gentilmente offertomi dal fedele Signor Mac e invio all’ingrata completo corredo fotografico all’indirizzo mail emi@eminflex.it (che diffondo a beneficio di eventuali altri clienti trattati a pescinfaccia come me), dichiarando in allegato la delusione che provo per la scarsa qualità del prodotto e del rapporto umano che mi sono stati offerti.

L’ultimo atto della disdicevole avventura vede la sottoscritta ricevere definitiva telefonata dalla solita Angela che, facendosi portavoce della decisione ultima della sua capa, offre numero due (2) doghe in sostituzione: prendere (nel culo) o lasciare.

“Oltretutto le foto che mi ha mandato erano in bianco e nero e non si vedevano tracce così sfacciate di muffa”.

“Ma cosa dice: le foto erano a colori!”.

“No, erano in bianco e nero”.

“Le dico che erano a colori: le ho fatte con il Mac!”.

“No, erano in bianco e nero”.

“Colori”.

“Bianco e nero”.

“Colori”.

“Bianco e nero”.

“Colori”.

“Bianco e nero”.

“Se lo faccia dire: lei è pazza”.

“Bianco e nero”.

“Pazza e squinternata”.

“Bianco e nero”.

“Ma sta scherzando?”.

“Bianco e nero”.

Potremmo andare avanti ancora per un po’.

Ma perché dedicare altre righe al racconto di persone sfortunate, che fanno un lavoro di merda, che lo fanno controvoglia, che vivono una vita deludente, che non conoscono la gentilezza, che non sanno cosa voglia dire onestà professionale, che s’infischiano del tatto, della forma, del rispetto, che mirano soltanto a un’azione perpetua e sfrontata di mettinculismo come la stragrande maggioranza degli abitanti di questo paese allucinante sta facendo ormai da tempo?

Meglio chiudere tutto, aprire un buon libro e buttarsi un po’ sul letto.

Chiaramente il vecchio, straduro, amatissimo futon.



 

di antonella landi

Già di per sé il mio lunedì è indecoroso da raccontare: d’orario entro in classe a mezzogiorno per uscirne due orette dopo, alla fine di una lezione sempre gradevole, leggera e allegra con i Diesel Boys and Girls.

Oggi poi, grazie a quel grandissimo illuminato di Pietro Leopoldo di Toscana che -primo al mondo- nel 1786 abolì la pena di morte e le torture nello Stato di cui era a capo, sto direttamente a casa.

E’ oltretutto il giorno perfetto per una festa fuori dal calendario nazionale, ufficiale, solenne e roboante: se fuori pioviggina, tira vento, nel cielo bigio si addensano nuvoloni minacciosi e dal nord non pare giungere nulla di promettente se non un diluvio in biblico stile, dentro aleggia un microclima meteorologico, umano-animale e musicale che rasenta la perfezione: l’impianto di riscaldamento sotterraneo smanetta, Micino da Scansano supervisiona le operazioni di riordino generale degli armadi abbandonandosi a impudiche gare di nascondino negli scatoloni da riporre, e Frank The Voice Sinatra sussurra Just as though you were here, You might have belonged to another, You make me feel so young, In the blue of the everything.

Parbleu, abbiamo il Natale alle calcagna.



 

di antonella landi

Chi sceglie di vivere con un cane lo fa perché non sente il peso di dover uscire più volte al giorno per fargli fare i bisognini e tante, tante corse all’aria aperta, lo fa perché vuole un animale sempre intorno, perché vuole essere contemplato, ubbidito, amato, adorato. Il proprietario di un cane prova l’impressione di poter intavolare con lui una discussione corposa dalle vaghe sfumature filosofiche e di essere sempre preso in seria considerazione. Il proprietario di un cane non teme il puzzino che l’amico a quattro zampe, specie nei giorni d’umido, rilascia e diffonde per la casa. Come non teme le zampate lasciate sul divano, la peluria sparsa e svolazzante nell’appartamento. Egli è pronto a dedicare tanto del suo tempo alla bestiola che, qualora trascurata, soffre e si ammala di malinconia. E’ pronto ad essere svegliato a suon di slinguazzate fradice, calde e nauseabonde dopo aver trascorso una nottata al confino nell’angolo del materasso per far posto a lui, ad avere gli abiti coperti di peli ispidi, a non avere più una vita propria ma un’esistenza in simbiosi permanente.

Chi sceglie di vivere con un gatto spesso lo fa perché non ha tempo né voglia di stare a congelarsi o a bollire sulla strada nelle quattro stagioni dell’anno ad attendere che rigagnoli di piscia e ciambelle di cacca vengano depositate a terra. Lo fa perché preferisce non avere un’ombra perennemente attaccata ai piedi e, proprio per questo, ama l’indipendenza del felino, la sua tendenza alla solitudine, il suo anelito al silenzio, alla pace, alla libertà. Il proprietario di un gatto gradisce farsi contemplare come solo un gatto contempla: con concentrata e simulata distrazione. Il proprietario di un gatto è orgoglioso di avere in casa un animale che profuma anche se in una vita intera non tocca sapone nemmeno con un polpastrello: egli lo osserva fiero, quando l’ospite peloso si fa il bagno completo con la lingua ruvida e rosata e sa bene che, per la fissazione che l’animale nutre per la toelettatura personale, mai si paleseranno nell’abitazione tracce del suo invisibile passaggio. Altrettanto bene sa che può restarsene tranquillamente fuori casa a giornate intere perché il gatto, lungi dall’immalinconirsi, ne sarà contento addirittura e per un intero giorno penserà placido e meditabondo ai fatti suoi. Sa che il gatto andrà in cerca di lui più che altro per mangiare e che quelle fusa ruffiane miste a miagolii di supplice orazione li farà solo per avere doppia razione di croccantini e che per questo stesso scopo la mattina alle sei e un quarto lo sveglierà a suon di zampate e graffi su naso, bocca e guance.

Chi sognava un ibrido di tutto questo, sono io.

Io (per questioni di tempo) volevo un animale che non fosse obbligatorio portare fuori come minimo tre volte al giorno, ma che fosse anche facile convincere ad uscire per fare quattro passi nel quartiere o una pedalata in bicicletta. Volevo un animale che mi stesse vicino, ma non mi soffocasse e non suscitasse in me sensi di colpa, che già mi avanzano quelli che mi trascino dietro dalla nascita. Che mi volesse molto bene, ma che non mi adorasse. Che stesse bene insieme a me, ma ogni tanto provasse l’esigenza di cambiare stanza. Che avesse il pelo profumato e morbido, ma che gli puzzassero almeno i piedi di formaggio. Che amasse tanto l’acqua da farsi fare gavettoni estivi e tentare in tutti i modi di entrare con me dentro la cabina della doccia. Che dipendesse da me per i bisogni elementari, ma poi le riflessioni su etica e metafisica se le gestisse anche da solo, sul tavolo in terrazza, con la pupilla in verticale e il muso proiettato verso la cupola di Brunelleschi, il piazzale Michelangelo e il forte Belvedere. Che si facesse cercare e desiderare, che non diventasse mai scontato, che dormisse accanto a me, ma nella propria cesta messa in fianco al letto. Che la mattina mi svegliasse con schiaffetti non violenti e aggiustasse la coda a punto interrogativo formulando la domanda muta: si mangia, sì o no?

Volevo tutto questo e, poiché ce l’ho, ho preso coscienza di ospitare in casa un autentico, ricercato e rarissimo esemplare non di cane, non di gatto, ma di catto.

L’ibrido perfetto dei tempi in cui avevo in casa il bracchetto inglese Nello.

Che non a caso era un gane.



 

di antonella landi

Erano quelli in cui facevo l’università, i tempi in cui il messicano sbaraccava.

Via San Gallo, appena lasciato alle spalle il mercatino di San Lorenzo, sulla destra, subito dopo il negozio storico Le Menagerie, che vendeva le pentole e le porcellane più care di Firenze.

Era lì, il messicano.

Passandoci davanti, ci guardavo dentro attraverso la vetrina quando uscivo dalle lezioni di Latino, Storia Medievale e Storia della Critica che tenevano a Magistero anche se io facevo Lettere. A quell’ora ero stanca di appunti, di parole, di pranzi al bar, di giornate pendolari e studio quotidiano, perciò non mi ci fermavo mai. Il treno stava per partire dal binario sedici e io ero una brava bambina che non beveva, non faceva tardi e non mandava mai affanculo i genitori per ottenere il permesso di restare in città a dormire da un’amica.

Dalla strada si vedeva una densa cappa di fumo e si sentiva un gran casino: diverse lingue, orribili favelle, voci alte e fioche, e suon di bicchierini sbattuti sul bancone.

Era tequila bum bum.

Mai assaggiata in vita mia, prima dei trent’anni.

Poi conobbi il Belpelato e m’introdussi nell’ambiente: si era piena epoca happy hour, aperitivi, boccali di birra bionda da tre litri da sorseggiare in gruppo, guacamole e nachos affogati nella salsa rossa strapiccante che dava dipendenza, altro che le droghe.

Era un rituale consolidato dalle sfumature quasi sacre, fissare una sera sì e una sera sì e trovarci all’ingresso, lui in bicicletta dal lavoro, stanco di rapporti, discussioni, scadenze e controlli, io in bicicletta da casa, rilassata da pomeriggi di scrittura, telefonate con le amiche, libri dentro i quali mi perdevo.

Il bancone era luuuuuuuuungo e ligneo, vissuto e ammaccato. A distanza regolare spuntavano da sotto dei gancini in ottone per appenderci la giacca, la borsa, il sacchetto con gli acquisti freschi. Mi arrampicavo in punta di piedi sullo sgabello e mi ci appollaiavo sopra come una chioccia appagata. Anziché al becchime davo fondo alle patatone triangolari che ordinavo farcite di formaggio fuso e pomodoro fresco a dadolini.

Nessuno faceva il mohito come Simone.

Lo preparava con il cuore, mica solo con le mani. Spezzava in grossolani pezzi i quadretti di ghiaccio. La menta era sempre fresca. Il risultato era sempre forte. La serata era sempre allegra. La musica era sempre intonata. Il popolo pure. Ci si trovava lì con Giacobello e il Checco, con la Simo e la Sarina. A volte il Piero con la Mama. Ma noi ci si stava parecchio bene anche da soli. E si familiarizzava con le americane sguaiate, con i messicani veri, una volta con un docente universitario in sosta a Firenze dagli Stati Uniti, un’altra con una coppia di australiani a cui sembrava tutto pittoresco. Poi passava Andrea con il cappellino rosso a quadri. E l’edicolante da cui il mattino dopo prendevo il quotidiano prima di entrare al Meucci. All’ultimo mondiale ci consumammo una cena assai sabrosa insieme all’amico Paulo di Lisbona, prima di riversarci sulle strade a guardare come può impazzire una città.

Un giorno ci dissero: son le ultime bevute, presto si chiude. E noi ridemmo perché non ci credevamo.

La saracinesca è stata giù per tanto tempo. Settimane e mesi. Molto più di un anno.

Ora che ha riaperto, ha mangiato anche lo spazio de Le Menagerie. E’ un locale che impressiona, per come è grande, comunicante, sconfinato ed esagerato. Arredi elegantissimi, dispendiosi. Se mentre bevi un drink provi a fare due conti di quanto possano averci lasciato, ti va di traverso la sorsata.

Il bancone è rivestito in pelle vera. Le luci sono tattiche e soffuse. Gli accorgimenti fin troppi e danno noia.

Distrattamente, hanno trascurato di metterci l’anima.

Così il locale è freddo, non ti avviluppa, non ti si accosta addosso.

Se poi alzi gli occhi alla parte più alta delle pareti e lo sguardo ti cade sui maxi-schermi che trasmettono il calcio o, in alternativa e in contemporanea, i video più pacchiani con la musica più brutta, capisci che il messicano è morto per sempre e che quello eretto sulle sue ceneri non è altro che uno dei tanti locali di cui è pieno il mondo e di cui il mondo farebbe tanto volentieri a meno.



 

di antonella landi

“Io, vede profe, sono consapevole di essere il migliore”.

“Davvero?”.

“Assolutamente il migliore”.

“Cosa ti dà questa certezza?”.

“Be’, per esempio ho un taglio di capelli meraviglioso”.

“Sì, mi piacciono molto i tuoi capelli, ma…”.

“E guardi come mi vesto: di classe, non truzzo o tamarro, ma misurato e armonioso”.

“Sì, ammetto che ti vesti bene e riconosco che il tuo look mi piace, però…”.

“E poi sono simpatico, dica la verità”.

“All’inizio mi stavi sullo stomaco e ti trovavo odioso, ma adesso sì, mi sei simpatico davvero, tuttavia…”.

“Per non parlare di quanto sono intelligente”.

“Dici?”.

“Come dico?! Profe, ho preso o non ho preso sei e mezzo a Storia?”.

“Sì, hai preso sei e mezzo a Storia, ma va anche detto che…”.

“E poi la musica che ascolto”.

“Perché, che musica ascolti?”.

“Minimal, profe. Minimal”.

“E cos’è ’sta minimal?!”.

“Profe, la minimal è musica elettronica senza il tunz. E’ la migliore, si fidi”.

“Mi fido, però…”.

“E poi, profe, mi guardi: non trova che io sia bello?”.

Bellissimo.

Peccato per quella enorme faccia tosta.



 

di antonella landi

Al ricevimento plenario delle famiglie bisogna andare preparati, scattanti, energici e leggeri.

Per questo a pranzo avevo mangiato solo una zuppetta di verdure e un piatto-ricco-mi-ci-ficco con insalata romana, tranci di tonno e fagioli conditi, ma zero pane.

Alle quattro e mezzo una voragine mi si è spalancata al centro preciso dello stomaco e così, approfittando della momentanea assenza di genitori da accogliere, ho estratto dalla borsa una ciquita, l’ho sbucciata, l’ho spezzata in due e ne ho infilata un’abbondante metà in bocca.

In quel preciso istante, è arrivato lui.

Lui è l’alunno per cui vale la pena di alzarsi dal letto e andare a scuola ogni mattina. Perché lui si alza dal letto e viene a scuola con lo stato d’animo di chi pensa che ne valga la pena. Se arriva tardi si agita e si scusa. E poi a lezione non ti stacca mai gli occhi di dosso. Interviene. Ma più che altro parla con lo sguardo. C’è un’intesa inedita e rara, tra noi due. Nata il primo giorno, rafforzatasi dopo il primo tema, la prima interrogazione a cui è offerto volontario, le prime volte in cui ha preso la parola per commentare un passaggio, un verso, un concetto, un’espressione, le prime mail scritte da casa, che hanno puntualmente ricevuto una risposta.

Lui adora Celine Dion, ascolta Laura Pausini, ama di passione viscerale Louise Veronica Ciccone, ride con Lady Gaga, ammira Bree Van De Kamp Hodge e schifa Vasco Rossi, eppure a me piace lo stesso.

Lui è l’alunno che ogni insegnante dovrebbe avere almeno per un anno, per capire cosa significa stare bene a scuola e sentirsi insegnante stimata, benvoluta e amata.

Lui è complice, socio, amico, confidente e ago della bilancia delle ragazze della classe. Quando si sviluppa una polemica o parte un attimo di attrito, richiama all’ordine e consiglia di parlarne dopo, ad animi più quieti.

Lui è l’alunno che mi ha fatto riavvicinare con serenità al nome che porta, senza costringermi ogni volta a impostare mentalmente l’equazione Andrea=Impavido=guai.

Lui è venuto al ricevimento con sua madre. Una donna dagli occhi profondi, di non molte parole, ma di intensa capacità comunicativa come il figlio che ha partorito, allevato a modo e adesso sguinzagliato per il mondo perché cammini con le proprie gambe. Anche con lei sono bastati pochi sguardi, per capire.

Le ho chiesto se fosse al corrente del fatto che io e suo figlio siamo perdutamente innamorati l’uno dell’altra.

Mi ha risposto sì, che ne era perfettamente a conoscenza.

A quel punto mi sono sentita autorizzata ad autografare un libro che mi è stato messo davanti e scriverci dentro quello che penso.

Cioè che come lui nessuno mai.



 

di antonella landi

L’ultima trovata ginnica di Micino da Scansano è salire sul bancone, da lì balzare sul frigo e quindi planare sul muretto separé che divide l’ingresso dalla sala, spostando i pesci di Paolo Emilio Gironda e provocando in me lo smarrimento che da sempre mi danno i quadri storti.

Una volta in vetta, contemplare le scene di vita familiare con uno sguardo compassionevole di pena per chi è rimasto a terra a ordinare impotente scendisubitogiùtestadiminchia.

8

(grazie a Gaia per la foto)



 

di antonella landi

Decidi di iniziare l’anno scolastico partendo dalla sezione dell’antologia di Italiano dedicata al rapporto tra l’uomo e gli animali?

Fai bene. E’ irrinunciabile sensibilizzare l’animo dei ragazzi all’amore per tutti gli esseri del creato, specie in questi tempi di spietatezza e insensibilità.

Cominci dalle fiabe di Fedro ed Esopo per passare a Italo Calvino, quindi toccare Thomas Mann, attraversare Italo Svevo, leggere Stefano Malatesta, presentare Rudyard Kipling e quindi concludere con Alberto Asor Rosa?

Fai benissimo. La panoramica letteraria è ben costruita e servirà loro a toccare con mano una delle più inconfutabili verità: solo chi ama profondamente gli animali possiede l’animo sufficientemente nobile per afferrare il senso della vita e, eventualmente, dedicarsi all’arte.

A conclusione del piacevole lavoro di due mesi butti là l’idea di guardare insieme Io e Marley, il film di David Frankel che tu non hai mai visto (e neanche loro), tratto dall’omonimo best seller firmato dal noto giornalista John Grogan, in cui si racconta la storia della sua famiglia, ma più che altro del labrador a pelo giallo a cui viene dato come nome il cognome di Bob Marley?

Fai un errore colossale. Uno sbaglio gigantesco.

Perché quello che non sai è che la tua Classe Diesel è anche un autentico esempio di Classe Animalista. Nessuno, in quella classe, vive senza un animale in casa. Ciascun alunno ha come minimo un gatto. Come massimo, un mezzo parco naturale a conduzione familiare. E, appunto per questo, nessuno di loro è estraneo all’esperienza terribile e angosciante della perdita di un animale.

E’ stato tutto lì, l’errore.

Non aver previsto la tragedia emotiva che quel filmaccio americano avrebbe scatenato in classe nelle ultime due ore di un altrimenti placido lunedì mattina.

Un cane non se ne fa niente di macchine costose, case grandi o vestiti firmati. Un bastone marcio per lui è sufficiente. A un cane non importa se sei ricco o povero, brillante o imbranato, intelligente o stupido. Se gli dai il tuo cuore, lui ti darà il suo.

Di quante persone si può dire lo stesso?



 

di antonella landi

Il giovedì sono libera dalla scuola e generalmente me la spasso.

Quello della scorsa settimana per esempio è cominciato a bordo di un autobus che mi ha accompagnata in centro facendomi gustare le vie più suggestive di questa città, che io considero il cofanetto urbano più bello del mondo.

Ma ecco, a una precisa fermata, vedo dal finestrino una chioma bionda a me assai familiare. Un cespone di capelli abbastanza indomabili e per questo ogni mattina diversi nell’acconciatura, nella piega e nella consistenza.

Insomma, la riconosco subito: è lei.

La mia alunna.

D’istinto sventolo una mano per farmi vedere ma all’improvviso ci ripenso e mi blocco ad osservarla.

E’ vestita come quando viene a scuola e ha sulle spalle lo zaino celeste in cui generalmente tiene i suoi libri.

Ma per andare a scuola è un po’ tardino e lei non ha affatto l’aria di chi sia intenzionato ad andarci: appare infatti guardinga e sospettosa.

L’autobus, oltretutto, va in tutt’altra direzione.

M’interrogo sul modo più idoneo in cui procedere e passo mentalmente in rassegna le varie opzioni: a. alzarmi dal sedile, riprendere a sventolare vigorosamente la mano e cercare di richiamare visivamente la sua attenzione; b. senza nemmeno il bisogno di alzarmi, cacciare un bercio dei miei chiamandola per nome e sputtanandola col conducente e i passeggeri; c. alzarmi in silenzio e raggiungerla quatta come un puma sedendomi accanto ed esclamando toh chi c’è.

Ma poi realizzo che ciascuna di queste ipotetiche mosse le causerebbe con ogni probabilità un colpo apoplettico con conseguente paresi totale permanente e quindi rimango buona buona sul mio seggiolino, le volto le spalle e m’immergo nella musica dell’iPod, optando per un pentolino di saggi, lungimiranti e discreti cazzi miei.



 

di antonella landi

Una delle pratiche più difficili da espletare quando si è adulti in generale e insegnanti in particolare è mantenere viva la memoria dell’imbecillità che ci caratterizzava quando avevamo l’età dei nostri ragazzi.

Ai grandi, gli adolescenti sembrano una fornitissima fabbrica di cazzate e un generoso magazzino di idiozia.

A me gli adolescenti fanno spesso incazzare. Mi arrabbio se non studiano, se non obbediscono, se non sono abbastanza maturi, se combinano troppi guai, se si fanno del male da soli, se sono i primi a piangersi addosso, se non tirano fuori le palle e combattono per un ideale, se si sentono disillusi a quindici anni, se non pensano che di vita non c’è che questa e che, per questo, va vissuta fino allo sfinimento delle forze.

Ma se c’è una cosa di fronte alla quale io capitolo è lo spettacolo di adolescenti che ridono.

E non parlo di una risata modesta e contenuta nel tempo e nei modi.

Mi riferisco agli attacchi ingestibili e indomabili d’ilarità folle, sconclusionata e talora del tutto immotivata che colpiscono i ragazzi proprio nei momenti e nelle situazioni che glielo vieterebbero di più.

Per esempio a scuola.

Io li vedo benissimo e intuisco alla perfezione quando sono lì lì per tracimare.

Tipo, uno dice una scemata a caso. Non importa che sia una barzelletta di qualità o il racconto di un aneddoto particolarmente comico. Basta che sia. Un gioco di parole, un errore di qualcuno, uno sguardo storto, un odore strano, un rumore nuovo, un pensiero con sfumature di assurdità.

A volte basta anche che sia assolutamente niente.

E la pantomima parte.

Il narratore finisce di sussurrare la cazzata e l’ascoltatore prende coscienza della propria impossibilità fisiologica di non ridere. Ci prova, poverino. Ma è inutile: non ce la fa. Sicché lo vedi che comincia a sussultare, a far ballonzolare ogni membro del suo corpo, a ondeggiare come una crema portoghese, come una coscia cellulitica. Intanto cerca un vano tra la bocca e il naso per respirare senza fare uscire il riso che gli riempie già il condotto gutturale trasmettendogli l’imbarazzante e sconveniente sensazione di soffocamento, difficile da motivare al cospetto della professoressa.

“Che succede lì?”.

Mai chiedere chessuccedelì a un crocchio di adolescenti impegnati in una guerra contro l’attacco selvaggio di riso.

Meglio osservare di sbieco, senza farsi notare. Meglio godersi la scena alimentando in loro l’illusione di essere sufficientemente occultati e protetti dagli zaini dietro cui (inutilmente) si nascondono.

Io m’intenerisco, quando vedo gli adolescenti ridere come scemi.

Perché mi ricordo di quando ero bambina e la mia mamma mi raccontava che con la sua amica Aleandra le succedeva la stessa cosa, nella vetreria in cui lavoravano insieme, passando più tempo a prendere per il culo gli altri operai che a molare calici in cristallo.

E mi ricordo anche di quando ero adolescente io e con le mie compagne di banco era lo stesso, strozzate dai singulti, annichilite dal terrore di essere beccate, ubriache d’allegria pazza.

Forse per questo l’adagio popolare coniato dai romani “risus abundat in ore stultorum” mi è sempre suonato offensivo. Come si può dare dello stolto a chi ride di gusto, a chi non riesce a smettere di farlo, a chi nemmeno la paura funge da deterrente?

Quest’anno ho una classe che ride anche se si trova un cadavere tra i piedi.

Io la guardo col cuore pieno di ricordi e aspetto con pazienza che il riso sfumi da solo.

Quindi vado avanti e ricomincio a spiegare pensando a tutto il tempo che è passato da quando ero anch’io amabilmente scema come loro.



 

di antonella landi

Ogni classe che abbia nell’orario Italiano e Storia alla quinta e sesta ora, ci prova.

“Profe, ci riposiamo un po’? Siamo stanchissime”.

“Devo finire di spiegare”.

“Maremma profe, lei è proprio una secchiona”.

“Sono qui per lavorare”.

“Facciamo due chiacchiere, le va?”.

“Mi andrebbe, ma non posso”.

“Uffa profe, ma noi abbiamo i crampi alla mano a forza di prendere appunti: riposiamoci un po’”.

“Non possiamo”.

“Ma lei profe non si stanca mai?”.

“Mi stanco, ma cerco di non darlo a vedere”.

“Perché non ci racconta qualcosa di lei?”.

“Perché forse è meglio di no”.

“Profe, sa come me la immagino io nel pomeriggio? Completamente sbracata sul divano dopo tutte le energie che ha speso in classe”.

“Neanche per idea”.

“E cosa fa?”.

“Se non ho pranzato fuori lavo i piatti, do un paio di botte alla casa, scrivo, correggo, leggo, esco in bicicletta con il gatto nel cestino, mi incontro in centro con un’amica, vado a trovare un amico, vado in libreria, vado in biblioteca, vado a fare la spesa, non vado da nessuna parte, ozio, rifletto”.

“E poi?”.

“E poi torna dal lavoro il mio compagno e io vado a correre”.

“Tutti i giorni?!”.

“Quasi tutti i giorni”.

“Ma corre con il buio?”.

“Ora che c’è l’ora solare, certo, corro con il buio”.

“E non ha paura?”.

“Paura di che? Incontro decine di persone che corrono con me, non ho affatto paura, ho la musica del mio iPod a darmi energia e la sensazione di vivere nel ventre di una città che mi protegge”.

“E poi?”.

“E poi torno, mi faccio la doccia e mi butto nella serata”.

“Cosa significa esattamente?”.

“Significa uscire e andare al cinema, al teatro, a un concerto, o rimanere in casa, stappare una bottiglia buona e iniziare a preparare una cena per due, a volte per più persone se si aspettano degli ospiti. Significa stare in compagnia di chi si ama e cercare la sintonia della parola. Significa ascoltare musica bella e gustarsi l’istante”.

“E non crolla mai?!”

“Tendenzialmente, no”.

“Profe, lei si droga”.

I cinque minuti di pausa sono finiti, si ricomincia la lezione.



 

di antonella landi

Mi alzo dal letto, vado a fare la pipì e, prima di averla fatta tutta, scrivo e invio un messaggio che dice solo: “Eh! Eh! Eh!”.

Ridacchio tra me: sono contenta.

Tra due ore lei arriverà col treno da Bologna e trascorrerà con me tutto il tempo che aspettiamo e che ci promettiamo dall’ultimo incontro, durante il quale lei mi pose pubbliche domande e io pubblicamente le risposi.

Mi vesto comoda, mi vesto colorata, mi vesto allegra.

Prendo un antipasto di colazione in casa pensando a quella che, più tardi, consumerò con lei in un bar del centro con i tavolini fuori.

C’è il sole e ci sono venti gradi.

La giornata ideale per accogliere un’amica.

Prendo il 17 e arrivo a Santa Maria Novella mentre il suo messaggio annuncia: “Sono qui”.

Ma non faccio in tempo a leggerlo che due braccia m’incatenano e una voce mi sussurra “Ma dove vai?!”.

Lei è mora, lei profuma, lei è bella.

Lei è un vulcano, un’attrice di teatro, un fiume sempre in piena, un vento di passione, un pozzo di sapere, una cultrice della tavola, una lettrice, una contemplatrice, una che se non c’è musica si sente vuota, una che se non c’è scuola si sente monca, una che se non c’è Nina si sente in colpa, una che se c’è un giorno un po’ speciale da vivere lo vive tutto fino in fondo finché il capostazione insopportabilmente fischia che il tempo è scaduto, tutti in carrozza, allontanarsi dalla striscia gialla, si parte.

Ma prima di partire, lei acconsente a starti dietro e a farle tutte.

Fa conversazione, fa amicizia, fa acquisti, fa fotografie, fa regali, fa battute, fa confidenze. Fa ridere, fa pensare, fa interrogare, fa sfogare.

Sale in autobus, sale in macchina, sale in ascensore, sale al quinto piano, si affaccia dal terrazzo, abbraccia il gatto, mangia pasta e fagioli, arista e ceci e una pera glassata sporca di cioccolato nella trattoria dove io porto solo chi amo.

E quando il buio e  un treno se la portano via, a me rimane per tutta la sera nella testa il rimbombo dei nostri passi a tempo, l’eco delle nostre risate un po’ impudiche, il suono morbido delle parole che cercavo.

Ci sono donne perfette per andare al cinema. Ci sono donne fatte su misura per gli acquisti nei negozi. Ci sono donne con cui viene bene bisbocciare, oziare sul divano per ore, parlare di libri, ragionare di cinema, discutere di musica. Ci sono donne con cui ti scrivi sempre e che cerchi anche dopo tanti anni. Ci sono donne a cui è meglio non aprire mai il cuore, altre di cui sai che puoi fidarti. Donne che ti frequenterebbero solo se ti compatissero, donne che non riescono a frequentarti perché t’invidiano. Ci sono donne che ti annoiano mortalmente, donne che quando si riproducono smettono di essere nel mondo e d’interessarti, donne che si snaturano, che si svendono, che si dimenticano.

E poi ci sono donne come lei: donne per cui ringrazi Dio di essere una donna che merita l’amicizia di una donna come lei.



 

di antonella landi

Ci sono classi che partono in quarta e in una settimana acchiappano al volo le regole, prendono il ritmo della marcia e si mettono in cammino.

E ci sono classi che hanno bisogno di tempo, che devono orientarsi nell’ambiente nuovo, devono capire da chi sono circondate, individuare le vie di fuga, studiare i nuovi compagni, mettere a fuoco i nuovi professori, di cui sospettano per partito preso.

Mentre aspettano di fare luce tra le tenebre della nuova scuola, assumono in volto l’espressione di un ghiozzo che vigila nei fondali marini.

Generalmente in quella fase non si evidenziano per intuizione, ironia e perspicacia, né brillano per simpatia.

Tu gli butti lì una battuta e loro non ridono, perché non possono credere che tu abbia voglia di scherzare.

Tu gli dai dieci esercizi da fare e loro te ne fanno cinque, perché non riescono a concepire che alle superiori si debba studiare più di un’ora al giorno.

Tu gli annunci un’interrogazione e loro convincono i genitori a farli rimanere a casa, perché si sentono addosso i segni inequivocabili dell’attacco di panico premeditato.

A te, che te li ritrovi davanti tutte le mattine, stanno leggermente sui coglioni.

Dal momento che confidare loro le tue personali sensazioni ti creerebbe diffusi problemini relazionali, ti limiti a riempirli di partacce a brutto muso, con le quali miri a svegliarli dall’inspiegabile torpore intellettuale che obnubila le loro teste.

Contemporaneamente fai inviare dalla segreteria letterine minatorie a casa loro e schiaffi sul registro voti da schedina.

Poi un bel giorno, e proprio quando avevi smesso di sperarci, clic: la lucina s’accende, il motore s’ingrana ed essi partono.

Tengono il ritmo con gli appunti, cominciano a studiare, svolgono dieci esercizi su dieci e affrontano la prova orale col coraggio di Massimo Decimo Meridio.

Parallelamente, prendono a sorridere alle battute e addirittura a partorirne delle proprie, di una certa qualità.

Si aprono, ti permettono di farsi conoscere e ti confidano addirittura che il sabato sera hanno preso il vizio di uscire tutti insieme per andare a mangiare la pizza coi fagioli rifatti all’uccelletto, una delle verità più ignominiose da condividere con un’estranea.

A quel punto il tuo quadro è completo: con la Classe da Amare, la Classaccia dei Terribili Trenta e la Classetta Niente Male, capisci di avere tra le mani una Classe Diesel.

Perfetta per un viaggio lungo, poco dispendioso e assai confortevole.



 

di antonella landi

A Napoli gridavano “la conoscenza non si vende, si apprende”.

A Roma urlavano “il futuro è nostro: riprendiamocelo”.

A Cosenza intonavano “solo la conoscenza cambierà il mondo”.

A Firenze, in una scuola dell’immediato semi-centro, una classe quasi integralmente al femminile decideva per una volta di non andare ad occupare i binari alla stazione ma di entrare in aula, apparecchiare la cattedra con le più raffinate prelibatezze dolciarie e prepararsi mentalmente alla visione di un film dedicato all’assolutismo francese del Re Sole.

E poiché la tecnologia mi abbandona puntualmente proprio quando ho più bisogno di lei, mentre l’addetta organizzava il trasferimento di noi tutte in uno dei laboratori di Informatica per farci gustare la pellicola in costume sul grande schermo, come un Francois Vatel in gonnella davo il via ufficiale ai festeggiamenti.

Cosa festeggiavamo?

La fortuna di esserci miracolosamente trovate, di esserci immediatamente piaciute, di aver cominciato energicamente a lavorare insieme, di aver sfacciatamente pianificato un anno allegro fatto di teatri, concorsi di poesia e lezioni ridanciane.

E festeggiavamo anche la possibilità di fare Storia in un altro modo, di unire il dilettevole all’utile, di mettere sui banchi ogni nostro talento per condividerlo e valorizzarlo.

Sembravamo diciannove dame (io modestamente la dama stagionata) alla corte di Versailles.

L’unico ragazzo della classe pareva il nostro re.

Solo, molto più democratico, acuto, onesto e simpatico dell’originale.



 

di antonella landi

Mi hanno chiesto di tenere una lezione dimostrativa ai ragazzini delle medie in visita all’istituto superiore dove insegno e ho detto sì.

L’ho detto perché finora avevo detto solo no, a partire dai progetti, che notoriamente provocano su di me una forma spontanea di orticaria.

L’ho detto perché il Preside mi è molto simpatico, perché è gentile e perché è buono e io davanti alle persone buone rantolo e soccombo.

L’ho detto perché (quando si dice la sfiga) mi è molto simpatica anche la referente d’indirizzo, una donna competente, frizzante, fantasiosa e accogliente.

Così mi sono preparata una lezione di parole, date, regole e concetti a cui ho mescolato note musicali degli anni Sessanta, degli anni Novanta e qualche cazzata delle mie a fare massa.

Poi li ho attesi sulla porta di un’aula al primo piano.

Sono arrivati in fila per due, accompagnati dai professori di Matematica e Italiano.

Erano diciassette e assomigliavano tanto ai diciassette con cui ho diviso tre anni della mia vita, in quella parentesi straniante che passai alle medie.

In mezz’ora ho memorizzato qualche nome: Tommaso come mio fratello, Francesco come mio nipote, Lapo come Lapo Gianni, Eleonora come quella che tenevo sempre vicina alla cattedra per evitare che fosse eliminata dai compagni, Mattia come quello che non si ricordava mai il passato remoto, Sara come quella che se la tirava, Irene come quella perbene, Andrea come quello che mi strappò via il cuore insieme a dieci anni di vita.

Ho chiesto cosa fosse un endecasillabo, cosa volesse dire enjambement, cosa significasse terzina e come fosse fatto un sonetto.

Ho domandato se i poeti suscitassero in loro tedio o esaltazione, sensazioni d’inutile fatica o di appagato impegno.

E siccome rispondevano con la voglia di rispondere e gli è anche scappato detto che l’anno scorso erano tra i cento cantori a declamare i versi del poema di Dante per le strade di Firenze, li ho pregati di recitarne qualcuno all’unisono con me.

Forse di me avranno pensato che sono leggermente svarionata, che pompo il volume dello stereo un po’ troppo alto, che vedo nessi tra musica e poesia anche laddove non ci sono.

Forse si sentivano come si sentivano i miei ragazzi quando andavano in giro a visitare gli istituti superiori di Firenze e mi lasciavano in classe da sola ad aspettare che tornassero.

Forse saranno rimasti impressionati in positivo dall’impatto con l’ambiente che hanno visitato.

Forse vi si iscriveranno.

O forse no.

Io, quando se ne sono andati ringraziando e sorridendo, ho pensato a come sono cambiati i meccanismi nelle nostre scuole.

Quando ero studentessa delle medie non andai a visitarne neanche una.

Nessun professore mi ci accompagnò.

Nessun professore era ad aspettarmi per farmi una lezione dimostrativa che mi convincesse che quella era una buona scuola.

Le buone scuole, come le brave ragazze, avevano una fama che le precedeva e spianava loro la strada.

L’idea di varcare il portone di un liceo prima di averne l’età giusta era impensabile, per certi aspetti offensiva e comunque altamente vietata.

La scelta del futuro si faceva all’ombra del mistero, delle dicerie, dei risultati finali pubblicati a giugno.

Ma anche lì, come si sono trasformati i meccanismi: all’epoca era più prestigiosa e interessante la scuola che selezionava con equa spietatezza.

Oggi la scuola mi pare un po’ un’azienda: mette in mostra la merce (che chiama offerta formativa) e quando sa che vieni a prenderne visione si tira a lucido e indossa il vestito buono della festa.

Oggi la scuola mi pare anche un po’ puttana: per convincerti ad andarci ti promette un rapporto semplice e pure qualche sconto.

Ai ragazzini delle medie che ho incontrato stamani, prima che andassero via per sempre, ho detto di fare di tutto per riconquistare il loro ruolo, per smentire quelle voci che li dipingono stupidi e vuoti, per pretendere una scuola e un mondo dove la serietà e la correttezza non siano una barzelletta raccontata dai più scemi, ma un pensiero intelligente e necessario col quale fare i conti tutti i giorni.



 

di antonella landi

Al ristorante giapponese ieri sera, per cominciare e cominciare bene ho preso una osumashi calda e aromatizzata che mi scaldasse lo stomachino e lo preparasse psicologicamente a quello che ci avrei fatto calare nel prosieguo: uno yasai yaki meshi e una porzione speciale di sushi e sashimi da puciare nel pastrocchio di crema wasabi e salsa di soia e irrorare a gran sorsate di birra Asahi, con inverecondo godimento di tutti i sensi.

“L’espressione Wabi Sabi, a cui il nome del ristorante si ispira -mi spiegava tra una bacchetta e l’altra il mio commensale- costituisce una completa visione del mondo e indica anche un concetto di estetica centrata sull’accettazione della transitorietà. Il sintagma è infatti simbolo di bellezza imperfetta, impermanente e incompleta. Ma mentre Wabi rimanda all’immagine di una vita solitaria, spesa nel cuore della natura e lontana dalla società, Sabi richiama l’idea della semplicità rustica, della freschezza, del silenzio, dell’eleganza non ostentata. Nell’accezione più recente, tuttavia, la parola viene usata per indicare la bellezza e la serenità che accompagnano l’avanzare dell’età, quando la vita degli oggetti e la loro impermanenza sono evidenziati dalla patina dell’usura e da eventuali visibili riparazioni”.

E poiché egli si è dichiaratamente identificato con l’idea del Wabi, dimostrata con la sua aspirazione a ritirarsi a vivere in Maremma lontano dagli umani e circondato solo da animali, io (che sono perspicace, sveglia, acuta e soprattutto non sono nata ieri) ho capito che la Sabi della casa sono io.



 

di antonella landi

“Sentite com’è bello coniugare i verbi, ragazze… Come una dolcissima cantilena, essi ci prendono per mano e ci conducono nelle stanze mentali dell’oblio dove tutte le tensioni della quotidianità, gli intorti, i problemi, le angosce e le ambasce si dissolvono nel niente e nella pace. Direte che i verbi annoiano. E io ne converrò con voi. Del resto non è proprio dalla noia che deriva la capacità di gustare il valore dell’esistenza? Non è anche da questa noia inattiva e meditabonda che noi percepiamo il movimento della terra, di noi stessi e del nostro cogito? Solo l’uomo percepisce e patisce la noia. Ma, patendola, egli riscatta se stesso dall’altrimenti riduttivo ruolo di animale. Sentite che meraviglia: io avevo temuto, tu avevi temuto, egli aveva temuto… che io avessi amato, che tu avessi amato, che egli avesse amato… io sarei partito, tu saresti partito, egli sarebbe partito… e attenzione a non confondermi saremo con saremmo! Che meravigliosa monotonia, che impalpabile beatitudine, che profondo benessere. Su da brave, coniugatemi in tutti i modi e in tutti i tempi i verbi che ho scritto per voi alla lavagna e, declinandoli, lasciatevi trasportare dalla corrente di sensazioni, dal fiume di riflessioni che s’impossesserà di voi”.

Esse tuttavia sostenevano che, al momento, tutto ciò che si stava impossessando di loro era un’orchite di spaventose proporzioni e che i loro pensieri correvano univoci al piatto di pastasciutta calda che le attendeva a casa.

Incredibile come a volte la sintonia docente-discente stenti a decollare.



 

di antonella landi

Don Abbondio non era nato con un cuor di leone è la più celebre litote della letteratura italiana. La figura retorica, infatti, afferma qualcosa negando il suo esatto contrario”.

“Scusi profe, non ho capito: può farmi un altro esempio?”.

“Ma certo cara, seguimi: se io ti dicessi la professoressa Landi non è nata grissino, tu cosa capiresti?”.

“Che la professoressa Landi è una cicciona!”.

Ma ecco giunta l’ora di spiegare l’eufemismo e la vitale importanza di saperlo padroneggiare nei momenti più delicati della vita.



 

di antonella landi

La lezione è lunga.

Il pranzo è breve.

Perché il consiglio di classe comincia prestissimo.

E dura un’eternità.

Vedrai, trenta studenti.

Cinque dei quali, da riformatorio.

Dieci dei quali, parliamone.

I quindici restanti, va be’.

Che poi, anche i professori.

Mica facile, metterli d’accordo.

Chi la vuole fritta.

Chi la vuole arrosto.

Io la vorrei solidale, coesa, massiccia, potente e coerente.

Forse voglio troppo.

Però quante parole.

Servono davvero tutte?

E che sonno.

E che voglia d’altro.

Di fuga, per esempio.

Di un uomo da raggiungere.

Di un gatto da abbracciare.

Di una cena da preparare.

Mentre va una bella musica.

E la scuola, i consigli, le riforme, i progetti, le note, le letterine a casa e le discussioni spariscono di botto.

Eh, sì, magari.

Qui invece ne avremo ancora per un’ora.

Dupalle.

L’egoismo di chi pensa per sé.

Il nervosismo di chi ha altro a cui pensare.

Lo scetticismo di chi ha deciso di non pensarci più.

La delusione di chi sperava di pensarci in un altro modo.

Io penso che prima o poi salirò in macchina, accenderò il motore e schiaccerò il pedale riconnettendomi con il mondo tramite un pin di quattro cifre.

Arrivano due messaggi.

Dicono entrambi la stessa cosa.

Al Palagio di Parte Guelfa c’è Niccolò Ammaniti.

Proprio lui.

Lui in persona.

Per un reading del suo ultimo romanzo in compagnia di Antonio Manzini.

Che la festa cominci.

Il titolo, dico.

Che la festa cominci.

Ma che la festa cominci anche per me.

Perché, cazzo: me la merito.

Alla fine di una giornata lunga e pesante, al termine di un consiglio di classe fiume, proprio quando credevo che le forze cedessero, che la stanchezza vincesse, che i coglioni scoppiassero, comincia invece la mia festa.

Parcheggio in Sant’Ambrogio e attraverso il centro a piedi.

Firenze profuma di freddo e di persone.

Firenze sussurra di chiacchiere e proposte.

Firenze stringe forte e spinge avanti.

Ad ogni passo peso un grammo in meno.

Ad ogni passo esclamo un vaffanculo più convinto.

Ad ogni passo mordo tra i denti una libertà più saporita.

Al Palagio di Parte Guelfa mi fanno accomodare tra i posti riservati della prima fila.

Collega Amica Maccheccelafarò mi siede accanto abusiva e gaudente.

Niccolò Ammaniti lo beviamo con lo sguardo e lo sfioriamo con un dito.

Ridiamo insieme a lui sui passi migliori.

E se il suo ultimo romanzo mi convince meno degli altri, che me frega?

Mi rilasso, mi dimentico, mi diverto.

E la festa non è che cominciata.

Continuerà davanti a un coctail, nel sottofondo di confidenze amiche.

Brucerà per le strade strette e contorte di quel centro, in mezzo al quale amo così tanto perdermi e ritrovarmi.



 

di antonella landi

Luigi XIV, il Re Sole, i cinque figli legittimi dalla moglie Maria Teresa di Spagna, i quindici illegittimi dalle quattro amanti, l’etat c’est moi, l’etichetta, le grand lever, le petit lever, i ministri, Colbert, il mercantilismo, la nobiltà di toga, la nobiltà di spada, l’accentramento dei poteri, l’assolutismo, l’egemonia continentale, il mecenatismo culturale, la revoca dell’Editto di Nantes, la reggia di Versailles.

Tutto vero.

Tutto interessante.

Tutto importante.

Ma per capire fino in fondo lo spirito di un’epoca, per immaginarsene le contraddizioni, gli abbagli, gli obbrobri, gli splendori, gli orrori, per intuirne le illusioni, gli specchietti, i sogni, la realtà, a volte un film può aiutare più di un libro.

“Martedì prossimo proietteremo in classe Vatel, per la regia di Roland Joffé, dove si narra la storia del cuoco francese Francois Vatel, a servizio presso il Principe di Condè e morto suicida per non aver compiuto il suo dovere a causa del ritardo di una fornitura alimentare. Si tratta di una buona ricostruzione d’epoca, grazie alla quale vi sarà più chiaro cosa significava vivere alla corte di Luigi XIV, lavorare per lui, essere donna nell’epoca dell’assolutismo. Osserverete cosa si mangiava nelle corti, vedrete la rappresentazione della gotta, comprenderete quale ingranaggio infernale si celava dietro ogni banchetto e quante ingiustizie disumane si perpetravano per il bene di un pugno di uomini capricciosi, volubili e criminali”.

“Chebbello!”.

“Ecco, direi però che non possiamo affrontare la visione di un film come questo senza prima equipaggiarci a dovere: suggerisco a tal proposito di portare da casa dei thermos colmi di bevande calde (the, caffè e cioccolata) da accompagnare a dolci realizzati a mano (è fatto assoluto divieto di recarsi all’Esselunga a comprare quelle improponibili e dozzinali crostate alla marmellata). Io per esempio contribuirò all’evento con la mia celebre àppolpì“.

“Occos’è?!”.

“Torta di mele naturalmente (un classico del mio triennio di insegnamento alla scuola media). Voi avete una settimana di tempo per accordarvi e fare in modo che ogni preferenza dolciaria della classe venga puntualmente e accuratamente appagata”.

“Un salame al cioccolato?”.

“Lo vedrei assai intonato”.

“Delle crepes?”.

“Valide per l’occasione”.

“Un torta Margherita?”.

“Ottima, purché artigianale”.

“Dei cornetti ripieni di crema?”.

“Doverosi, se la crema sarà chantilly”.

“Ma dei pop-corn, no?”.

“Meno nobili, ma accettabili”.

Alla fine, quello che imbastivano alla corte del Re Sole sembrerà loro una bazzecola.



 

di antonella landi

Quando al banco mi ci sedevo io, andava di moda staccarlo dal muro e lasciare al suo posto l’avviso “torno subito”. Qualche anno dopo spopolò la triplice riproduzione del crocifisso in posizione regolare (“Gesù”), a testa in giù (“Gegiù”), e lasciato vuoto (“Gepiù”), più articolata ma anche molto più blasfema. Poi sono venuti gli anni della vestizione, del mascheramento, del travestitismo, e il povero Cristo ha dovuto indossare sciarpe, cappelli e sottanine in miniatura, stringendo tra i denti il modellino di una sigaretta. Ma erano sempre i ragazzi a infierire (forse con affetto) su di lui.

Da qualche tempo la presenza inchiodata e silenziosa nelle aule del simbolo del Cristianesimo è messa in discussione dagli adulti, che vorrebbero rimuoverla per molteplici motivi: l’uomo in croce non ci rappresenta tutti, l’uomo in croce distrae e infastidisce chi crede in qualcos’altro, l’uomo in croce inibisce lo sviluppo naturale di chi deve ancora maturare una coscienza religiosa.

Personalmente trovo l’uomo in croce dolcissimo e assolutamente innocuo. Se ha una forza, è quella della pace. Se ha un’arma, è quella della non-violenza.

Però ritengo che la scuola abbia il dovere di proporsi come un luogo neutro e veramente laico, una zona franca dall’influsso religioso, nella quale, se si deve parlare di religione (e si deve, visto che è il motore  immobile delle imprese umane), lo si faccia in termini storici, culturali e universali, per conoscere, per capire e conseguentemente per accogliere anche il Dio diverso, anche il Dio che non convince me ma convince qualcun altro che ormai vive gomito a gomito con me, anche il Dio che dice il contrario di ciò che dice il mio.

Visto lo stato in cui versa, io credo che Dio pensi assai di rado alla scuola.

Ma sono certa che, se lo facesse, ne sognerebbe una libera, aperta e tollerante, il cui scopo  prioritario fosse  non quello di allucchettare le teste dei ragazzi, ma quello di spalancarle loro. Anche in relazione a Lui.



 

di antonella landi

Da gatto sfacciatamente privilegiato qual è, Micino non ha una veterinaria come tutti: ne ha due.

Entrambe, non appena lo avvistano in sala d’aspetto, se lo contendono rivendicandone la visita completa, le analisi del sangue e l’inserimento del termometro laddove il sole batte solo se la coda è alta.

Inizialmente Micino andava più che volentieri a farsi smanacciare da quelle due ragazze affabili, sensibili e naturalmente predisposte a una professione scelta per la vita. Le prime visite avevano l’aspetto di piccole feste date in suo onore, organizzate all’improvviso su un tavolo metallico, con un privé sulla bilancia pesanimali. Egli si sentiva così importante che si era convinto che l’ambulatorio fosse stato costruito e inaugurato per lui e che le due dottoresse consumassero intere giornate ad aspettare che lui passasse di lì per un saluto, un’auscultatina al cuore e una innocente sodomizzazione, di cui cercava un pronto sdebitamento portando in omaggio un cilindretto in plastica con un campioncino di merda fumante scodellata non più di un quarto d’ora prima.

Ultimamente però Micino mostra segni di tardiva timidezza (la mia personalissima opinione è che sia un po’ stanchino di prenderlo nel culo) nei confronti di individui con camice verde addosso e ciabatte in gomma coi buconi tondi ai piedi e, poiché è perspicace, intuisce già da casa la destinazione dell’uscita.

“Su da bravo Micino, vai dentro il pet-zainetto che si va a fare una passeggiatina in centro”.

“Mi credi davvero così stupido, bionda?”.

Ma poi basta nominare una pedalata in bicicletta appostato nel cestino frontale o (meglio ancora) una sosta nel corridoio delle scatolette più care all’Esselunga che quel tontolone si lascia ingannare e zompa nel suo trasportino a spalla con la fiducia cieca di un cucciolo che non ha ancora imparato a dubitare sempre e comunque degli umani.

In sala d’aspetto oggi inizialmente eravamo soli.

Poiché eravamo soli, egli ha voluto che gli aprissi la finestra frontale, quella che gli consente una veduta panoramico-quadrangolare, garantendogli però il consueto e rassicurante senso di protezione, tornatogli prestamente utile nel momento in cui ha fatto il suo ingresso in scena… Arno.

Arno: due anni e trenta chili di labrador marrone, il cane dallo sguardo più umano che io abbia mai visto (”Anche più del mio?!” trasale e tuona Nello dal Paradiso degli animali), sì, forse anche più umano di quello di Nello, notoriamente più uomo che cane, ma non nei confronti dei gatti, che detestava. Arno invece, in conflitto perpetuo d’identità, sentendosi felino oltre che canide, come è entrato e ha avvistato Micino nello zainetto plurifinestrato, si è messo in testa di diventare suo amico. “Scordatelo” gli rispondeva quello. Ma lui niente. Oltremodo tenace e testardo, andava avanti e gorgheggiava, mugolava, uggiolava per attirare la sua attenzione e muoverlo a compassione.

Finché all’improvviso la porta si è nuovamente spalancata e in sala d’aspetto è arrivato… Juve.

Juve: due etti e mezzo di gatto bianconero, ipovedente e dall’occhio sinistro visibilmente compromesso, così incredulo di essere condannato alla semicecità dalla nascita da riempire l’etere di lamenti.

Figurarsi Arno. Gorgheggi, mugolii e uggiolii si sono presto tramutati in ululati di disperazione vera e propria.

“Non ci vedo! Non ci vedo! Qualcuno mi aiuti: non ci vedo!” urlava Juve.

“Non ci vede! Non ci vede! Aiutiamolo tutti insieme: non ci vede!” guaiva Arno.

“Fate silenzio, maremmaimpestata!” reclamava il mio gatto di sfacciata origine maremmana.

“Micino da Scansano, vieni: tocca a te” hanno annunciato le due dottoresse.

Inutilmente rintanato nel suo trasportino, Micino è stato costretto ad uscire allo scoperto.

“Cosa c’è che non va, Micino bello?” chiedono le veterinarie che, come tutti i membri della categoria, non si rivolgono mai al proprietario ma se la dicono direttamente col paziente.

“Faccio la cacca sciolta, perdo qualche baffo e non ho più il nasino rosa acceso” risponde la proprietaria simulando stupidamente di essere Micino.

“Ma povero Micino da Scansano! Vediamo questo panciotterino cosa dice” dice la dottoressa mora.

“Cosa vuoi che dica: reclama un po’ di cibo” pensa Micino.

“Il panciotterino dice che mangio un po’ troppo” do personalmente voce al panciotterino.

“Ma perché questa deve sempre parlare al posto mio?!” pensa Micino.

“In effetti questo miciotto è un po’ grassotto!” ironizza la dottoressa castana.

“Eh! Eh! Eh!” conviene la dottoressa mora.

“Eh! Eh! Eh!” convengo io stessa.

“Cazzo ridono queste tre sceme?!” pensa (stentando a convenire) Micino da Scansano.

“E comunque lo vedo meno in forma del solito” diagnostica una dottoressa.

“Anch’io” conferma l’altra.

Decidono così, anticipandone un po’ i tempi, di procedere al doppio test dell’aids felina e della leucemia.

“Essendo un ex randagio, non si sa mai” dicono.

“Aids e leucemia?! Oddio non sono pronta, mi sento male” dico.

“Aids e leucemia?! Ragazze, non diciamo stronzate” dice Micino.

Ma l’attrezzatura è già apparecchiata sul tavolo in metallo e un cappio in lattice strizza il braccio di Micino.

La vena gli si gonfia come a me e il sangue ce l’ha rosso come il mio. L’odore del disinfettante lo fa starnutire. A me invece mi fa piangere, perché ho paura del responso.

“Ora si versa qualche goccia in questo spazio e poi si attende. Perchè il risultato sia negativo deve materializzarsi un puntino azzurro sul display”.

“Ma non vedo alcun pallino…” mugolo con i bulbi oculari gonfi di lacrime.

“Bisogna aspettare ancora” m’incoraggia la veterinaria.

“Tranquilla, amica, sto benone: ho solo un po’ di cacaiola” spiega Micino.

Il pallino infatti arriva, le veterinarie sollevano Micino in aria in segno di esultanza e a me si alleggerisce il cuore.



 

di antonella landi

L’anno scorso i colleghi mi raccontarono una storia.

Era la storia di un ragazzo che era arrivato in quarta, ma che per arrivarci aveva psicologicamente e fisicamente dimezzato il corpo insegnante.

In prima distrusse l’aula.

In seconda si accanì sulla piccola oggettistica.

In terza concentrò le sue energie mefistofeliche sui veicoli a motore dei compagni, parcheggiati nel cortile della scuola.

La sua disciplina era ingestibile, il suo rapporto con l’autorità risibile, tra i compagni era molto amato o parimenti detestato.

A me, come lo vidi, piacque.

Piacque inspiegabilmente, perché in realtà non fece niente per piacermi.

Il quaderno su cui simulava di prendere gli appunti era lo stesso su cui infieriva con chiodi, viti e taglierini dalla prima elementare. Il libro manco lo portava. I compiti per casa non li segnava mai sul diario, dal momento che non ce l’aveva. Per cui li dimenticava. Conseguentemente, non li svolgeva.

Una mattina, a fine lezione, estrasse dallo zaino una grande copertina di pelle marrone.

Era la copertina della sua agenda nuova di zecca.

Be’, nuova… del 2004.

Ma non si può avere tutto.

Iniziò a scrivere i compiti.

Qualche volta giunse addirittura a farli.

Nella relazione sulla Rivoluzione Industriale che svolse per Storia e che mi consegnò con una punta di orgoglio tronfio, tra le immagini allegate ne aveva inserita una che ritraeva un omino stilizzato alla guida di una macchinina stilizzata più di lui e che la didascalia a lato indicava come “celebre quadro d’autore”. L’autore era lui stesso e l’opera era da ricondurre agli anni della scuola materna.

Alle verifiche scritte me la faceva regolarmente sotto il naso.

Protetto da una maschera da facciatosta che non toglieva mai, copiava l’incopiabile, senza che io riuscissi a coglierlo in flagranza di reato.

Al momento della riconsegna, incassava la sua piena sufficienza con l’espressione di chi pensa: donna ingiusta e avara, meritavo mezzo voto in più.

Quando gli studenti occuparono la scuola, si narrarono di lui avventure mitologiche. Indimenticabile la leggenda che lo descrive completamente nudo ad arrostire salsicce e rosticciane al fuoco acceso nel giardino della succursale.

Quando giunse la stagione degli amori, si accoppiò reiteratamente con una giovane polacca per cui aveva perso la testa e con cui rischiò di riprodursi su scala industriale.

Quando arrivò giugno e lo dovetti salutare, capii che nella mia vita sarebbe mancato qualcosa.

E poiché mi manca davvero, ho chiesto per via epistolare notizie di lui alla collega che mi ha sostituita.

Ella ha prontamente risposto, così narrando: “Sta bene: ha appena accomodato la maniglia della porta (un bastone rifasciato agli estremi da nastro isolante, perché non scatti la serratura) e dall’esterno l’ha ornata -poiché anche l’estetica vuole la sua parte- con due rotelle da sedia o carrello, debitamente basculanti”.

E io ho gioito nel constatare che la metamorfosi è completa e che la forza distruttrice di un tempo si è convertita in lui in potenza artistica e geniale.



 

di antonella landi

L’animo burlone e sovversivo che tento da una vita di domare mi ritorna a galla nel giorno del suo diciassettesimo compleanno.

“Festeggiamo?”.

“D’accordo, festeggiamo”.

“E ci concede l’ultim’ora?”.

“Tutta tutta no: magari i quaranta minuti finali”.

“Però non abbiamo niente: con che cosa festeggiamo?”.

“Bisogna organizzare una spedizione punitiva al bar”.

“Ma la preside non vuole”.

“E voi percorrete i corridoi entrando in simbiosi con i muri e mimetizzandovi con gli oggetti come Randall, il cattivo di Monsters&Co.”.

“E dove mettiamo la roba che compriamo?”.

“La nascondete nei giubbotti”.

“E se ci becca?”.

“Negate l’evidenza”.

“E se la barista ci chiede chi ci manda?”.

“Date il nome di un’insegnante immaginaria”.

Non ho fatto in tempo a dire che scherzavo, che bluffavo, che macché festa: interrogavo!

Sono sparite, hanno colpito e sono tornate col bottino.

La campanella finale ci ha sorprese a ragionare di desperate housewives, profumi, balocchi, maritozzi, sex and the city sgranocchiare dixie, cipster, fonzie e virtual, sorseggiare del the freddo, facendo tanti auguri a lui, l’unico maschio della classe, che gode della stima incondizionata di diciotto donne.

Diciannove, con me.



 

di antonella landi

Ti guardo nelle foto pubblicate in rete, piccola ape furibonda, ti guardo gli occhi e ci leggo le medesime parole che hai infilato nelle tue poesie.

Avevi lo sguardo di chi non ha avuto paura di guardare.

Avevi la pelle di chi si è nutrito di dolore, di chi ha pensato che l’infelicità sia un dono per privilegiati, di chi era convinto che la salute non produca mai niente di buono, di chi ha speso una vita intera per prepararsi a morire.

Sei morta domenica, il giorno dei santi, tu che santa non eri, tu che trovavi riposante il peccato, tu che di Cristo dicevi è il più grande favolista di tutti i tempi.

Sei morta, ed è accorsa l’Italia a spalancare le porte del Duomo, a proiettare i tuoi versi su schermo, a farsi vedere per dire io c’ero.

Chissà dov’era tutta quella gente quando tu entravi ed uscivi dai manicomi, quando partorivi i tuoi figli tra psicosi maniaco-depressive, quando i tuoi versi non se li cacava nessuno.

C’è voluta la televisione anche per i tuoi versi, piccola ape furibonda.

C’è voluta la curiosità pettegola per una vita in equilibrio sopra la follia, per farti conoscere a tutti.

C’è voluta la smania di mettere il naso tra le pieghe della tua mente contorta, che a me sembrava così lineare.

Ora tutti sanno di te. Tutti hanno visto il tuo volto piegato dal male di vivere e hanno notato i due grossi nei che indossavi tra la bocca e il naso e in mezzo alle sopracciglia. Tutti conoscono la tua mano che copre una parte del viso impugnando una sigaretta con lo stile di un uomo.

Pochi però, pochissimi, possono dire di conoscerti bene e di averti capita, piccola ape furibonda.

Forse nessuno.



 

di antonella landi

Per dare un titolo al suo ultimo libro, si ha l’impressione che Benni sia andato a rubacchiare tra la filmografia di Soldini.

Pane e tempesta incolla Pane e tulipani con Agata e la tempesta.

E fa (come sempre) molto ridere.

Ma (più di sempre) fa piangere e incazzare.

Perché all’inizio si crede di leggere niente più di una serie di racconti umoristici nati dalla fantasia fervida e vivace di un uomo che delle parole sa fare un porco uso.

Ma poi si capisce che per scrivere quei racconti Benni non ha avuto un gran bisogno d’inventare: si è semplicemente guardato intorno e ha deciso di metterla sul ridere soltanto per non farsi risucchiare dal gorgo della disperazione che nasce dalla delusione politica, sociale e soprattutto umana, di fronte alla quale solo chi ha una coperta di pelo sullo stomaco può oggi rimanere indifferente.

Lettura consigliata, ma non prima di dormire.

Semmai prima di mangiare, qualora si abbia qualche chilo in esubero da buttare giù.



 

di antonella landi

Rifiuto la notte di Halloween, scimmiottamento dozzinale di una tradizione che non ci appartiene.

Critico la mancanza di originalità, di gusto, di decoro e di eleganza.

Denuncio la degenerazione di abitudini già disdicevoli, che portano ogni anno all’eliminazione fisica di un numero sconsiderato di felini, dal pelo perlopiù nero.

Annuncio una serata tutta domestica, al tepore degli affetti e al rumore delle fusa di un gatto fortunato che non dovrà nascondersi per sfuggire alla cattiveria idiota, inutile e gratuita degli umani.

Con la zucca, semmai, mi ci faccio una vellutata (verso olio in fondo alla pentola, aggiungo dadini di sedano, striscioline di carota e cerchietti di cipolla, lascio imbiondire, nel frattempo riduco a pezzi grossolani un po’ di zucca e qualche patata, li unisco all’insieme, aggiusto di sale e peperoncino, lascio andare fino ad evidente cottura e spappolamento, trito tutto col tritatutto a immersione, servo caldissima in una cornice di prezzemolo fresco, nevicata di parmigiano e ricciolo d’olio appena spremuto).

E in culo agli americani.



 

di antonella landi

Il teatro è un mondo parallelo dove il potere ce l’ha la fantasia.

Il teatro, uno che ci va da pubblico pagante, lo vive solo a mezzo. Perché l’altro mezzo rimane nascosto dai drappi e dai tendoni, dalle corde e dai cavi dell’elettricità nascosti dalle canaline scocciate a terra un po’ alla buona.

Per questo io a teatro ho sempre paura di battere una boccata proprio mentre si aprono le tende e la gente parte con l’applauso per dirti benvenuta, facci vedere cosa tiri fuori.

Sabato sera quello che ho tirato fuori era un monologo di tre pagine e mezzo, scritto e letto per dare il mio più che esiguo contributo a una serata d’arte a trecentosessanta gradi dove musica, ballo, balletto, satira e mimo si sono rincorsi a ritmo sfrenato fino all’una della notte, intervallati dalla vulcanica verve scenica della speaker Alessandra Maggio con la quale dividevo il camerino.

“Secondo te, il foulard di scena, meglio tutto nero con i penerini in seta o sempre nero ma venato leggermente in verde, a staccare?”.

Secondo me il secondo, perché tutto nero è troppo nero, perché in teatro si può andare anche di colore purché non sia viola, e perché il verde mi mette un’allegria addosso che non so spiegare.

Più che allegra però, sabato scorso ero travolta.

Dalla voglia di stringere la mano ad Alessandro Benvenuti; dalla curiosità di vedere da vicino il faccino da bambina di Micol Barsanti e ascoltare da due metri la voce scoperta, apprezzata e prodotta da Lorenzo Cherubini; dall’emozione di pesticciare il dietro le quinte gomito a gomito con tutti gli altri artisti. Artisti veri, presenti alla serata per l’amicizia che li lega a chi l’aveva tanto a lungo sognata e l’ha tanto bene organizzata.

Avrei voluto dirglielo, al direttore artistico del Teatro Dante, al grande maestro che ammiro da sempre: “Signor Alessandro Benvenuti, lei mi piaceva tanto già quando recitava nei Giancattivi con il Nuti e con la Cenci; e mi piaceva tantissimo quando ha iniziato a firmare le prime regie cinematografiche, invitando il suo pubblico in casa Gori a consumare il più esilarante e demenziale pranzo di Natale; e mi piaceva da morire quando ha dato vita artistica a Ivo il tardivo, il personaggio poetico e sghembo di Castelnuovo dei Sabbioni, paese fantasma che prima c’era, e ora non c’è più. Lei mi è sempre piaciuto, signor Alessandro Benvenuti, perché mi è sempre sembrato quello che infatti è: una persona seria, un professionista vero, un uomo umile”.

Ma non ce l’ho fatta, anche perché sabato scorso lui era concentratissimo sui tempi, gli incastri, le pause e le performance degli artisti e l’unico momento in cui avrei potuto, visto che mi cercava urlando il mio nome a nove lettere nell’andito dei camerini con il suo vocione da orco buono del bosco, io ero rintanata dentro il cesso a fare litri e litri di pipì.

“Mi scusi, ho avuto un attacco di pisciarella” è stata l’unica frase che, dopo tanto scendere, mi è salita in bocca.

“Quanto dura il tuo intervento?” ha chiesto lui con la sua grande faccia affettuosa.

“Cinque minuti, credo”.

Cosa sono cinque minuti, in una vita? Un soffio, un alito, un respiro. Ma l’emozione allunga i minuti, dilata i tempi. Le parole che entrano in un microfono per uscire dalle casse e diffondersi nella sala di un teatro tutto esaurito rendono quei cinque minuti i cinque minuti più travolgenti degli ultimi cinque anni. E quel paio di brava profe! che senti arrivarti addosso dalla platea, lanciati da alunni che cinque anni fa ti salutavano alzandosi in piedi con rispetto e ora aspettano la fine di tutto lo spettacolo per buttarti le braccia intorno al collo, ti ripagano di tutta la paura, la trepidazione, l’insicurezza e la tensione che hai provato, per essere quella sera, in quel teatro, per quella persona, che la vita ha messo sulla tua strada e che, senza saperlo, ti ha strappato via il cuore.



 

di antonella landi

Fino a un giorno preciso hai condotto un’esistenza identica a quella di mille altri bambini di due anni. Autonomo e vivace, scorrazzavi per le stanze di casa e nei giardini, all’asilo e con gli amici. E siccome la natura ti ha fatto per regalo un’euforia destabilizzante e contagiosa, dove andavi te la portavi dietro e l’attaccavi addosso agli altri, come un virus spiritoso.

Poi, quel giorno preciso, sei inciampato.

Tu non ci hai nemmeno fatto caso: eri piccino e c’avevi da rialzarti per correre dietro alla congrega mattacchiona con cui stavi giocando.

Neanche quelli che vivevano con te hanno dato importanza all’episodio, sebbene tu fossi inciampato praticamente contro il niente.

Non c’era un gradino, non c’era un rialzo, non un tappeto, né un oggetto.

Non c’era niente in terra, eppure sei inciampato.

Ma del resto a chi non capita?

Tutti inciampano, e chissà quante volte.

Tu però sei inciampato anche il giorno dopo.

E il giorno dopo ancora.

Inciampavi perché dentro al tuo corpo, nei giorni in cui correvi, saltavi, giravi intorno alla tua vita appena cominciata, faceva il nido una malattia che un acronimo riassume come CMT.

C come Jean-Martin Charcot; M come Pierre Marie; T come Howard Henry Tooth.

Ci sono tre medici, dietro la sigla che dà il nome alla malattia che si sta impadronendo del tuo corpo. L’hanno scoperta loro e loro per primi –come si dice in gergo- l’hanno descritta.

Se vuoi definirla per esteso e atteggiarti ad anglosassone, puoi chiamarla Hereditary Motor and Sensory Neuropathy.

Se vuoi accorciarla in un altro modo, puoi ricavare il nuovo acronimo HMSN.

Se invece vuoi tradurla, basta che tu consulti un dizionario: neuropatia motorio-sensitiva ereditaria.

E se ancora non hai capito che diavolo è successo, succede e succederà dentro il tuo corpo, posso provare a dirtelo a parole mie.

Hai una sindrome neurologica ereditaria a carico del sistema nervoso periferico.

La forma più diffusa di questa malattia si caratterizza per la perdita di tono muscolare e della sensibilità al tatto, in particolare agli arti inferiori al di sotto del ginocchio. A volte gli effetti si notano anche negli arti superiori al di sotto del gomito.

Le gambe ti diventeranno esili, magre, deboli e sottili.

Le mani ti si curveranno senza che tu lo voglia.

Andando a colpire spesso anche l’apparato respiratorio e le corde vocali, ti si trasformerà la voce.

Il freddo diventerà il tuo peggior nemico: il vento gelido dei primi giorni d’inverno ti darà arti intirizziti e voglia di restare in casa. Ma tu uscirai lo stesso, perché hai da andare ad allenarti, a tenerti attivo, a tenerti vivo.

Perché tu sei così per natura.

Sei volitivo.

Sei estremista.

Sei tutto e subito.

Sei sturm und drang.

Sei la tempesta e l’assalto.

Sei  nemico dell’accidia.

Sei contro lo scetticismo.

Tu perdi la testa per il cinema e il teatro.

Tu scriveresti anche mentre dormi.

Perché tu credi che noi siamo ciò che costruiamo.

Tu sei uno che ci vuole credere.

E infatti sei pure un credente, ma un credente problematico, critico, polemico.

Non sei allineato, non sei tesserato, non sei imbrancato.

I gruppi a tutti i costi li detesti.

Veneri l’individuo e la sua eccezionalità.

Sei un rompicoglioni che non imbocca mai la strada più in discesa.

La tua vita è in salita, ma cosa te ne frega, tu la sali, e a mollare non ci pensi proprio.

E poiché sei ironico, tutti quei gradini te li mangi con l’ironia dipinta sulla faccia.

I muscoli facciali potranno compromettersi e costringerla ad adottare l’espressione del malato, ti dice il dottore.

Tu lo ascolti e quando esci dal consulto, per esorcizzare la paura sorridi anche di più.

Delle prime volte in cui inciampasti non hai brutti ricordi.

Forse una volta sola, quando il maestro delle elementari, portandoti al circo con la classe, ti isolò dal gruppo mandandoti più indietro nelle gradinate. Lui lo fece per paura che potesse succederti qualcosa. Tu ci respirasti dentro l’ingiustizia della discriminazione e della mortificazione.

Ma poi tornasti a fare quello che era più forte anche di te: ridere.

Ridevi coi bambini, coi compagni, e anche coi tuoi genitori, che intanto costruivano per te un mondo d’ovatta dove tu potessi anche inciampare e sbattere, senza farti male mai.

Ma arrivò l’adolescenza e tu sentisti male.

Il corpo ti cambiava e ti cresceva, come le voglie e le paure che ci sentivi dentro.

Ti accorgesti che più di mezza umanità aveva capelli lunghi e profumati, poppe  armoniose come colline toscane e un bellissimo culo su cui avresti appoggiato tanto volentieri le tue mani irrigidite.

Il timore di un rifiuto ti trasformò nel cavaliere senza macchia a cui tutti potevano chiedere ma da cui non ci si aspettavano domande.

Rimanesti un uomo-bambino per molto tempo. Troppo.

Diventasti l’amico universale.

Sì, va bene, però dov’era la tua amica personale?

La tua amica viaggiava su un aereo per attraversare un oceano, atterrare nella tua città, iscriversi a una scuola d’italiano per stranieri e incontrare te, che c’insegnavi.

La tua amica ha i colori del grano e lo sguardo della serenità.

La tua amica non pensa mai al passato e del futuro se ne infischia: lei è tutta concentrata sul presente e vuole essere felice oggi.

Quando ti ha detto che voleva esserlo con te, tu le hai chiesto di sposarla.

E hai fatto bene, perché lei in te ormai vede solo la vita e non scorge più la malattia.

Al momento non esistono cure per il tuo morbo, che il Ministero della Sanità classifica come “raro”. Puoi solo sforzarti per continuare a muoverti, a tenerti attivo, a fare fisioterapia, a nuotare, a condurre un’esistenza sociale, vivendo in mezzo agli altri, coltivando vecchi e nuovi amici, lavorando come hai sempre fatto da quando ti sei laureato e sei diventato un avvocato, baciando di giorno la tua sposa, dandoci sotto di notte per fare un figlio insieme a lei, sorridendo all’esistenza e chiamando “normale” anche quella che hai condotto e che conduci dal giorno in cui inciampasti per la prima volta e dopo il quale, via via che il tempo è passato, hai dovuto cominciare ad appoggiarti a un attrezzo di ferro a quattro gambe per sorreggerti.

Mentre tu vivi, la ricerca medica procede.

Mentre la ricerca medica procede, tu organizzi una serata di beneficenza perché i fondi da destinare alla ricerca, in questo Paese di sprechi, di evasori e di puttane, non sono mai abbastanza.

Mentre tu organizzi una serata di beneficenza per la raccolta dei fondi, tante persone accolgono il tuo invito a prendervi parte e ti dicono di sì.

Perché tu sei una persona talmente eccezionale, che non lasci nessuno indifferente.

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Chi desideri sostenere le attività della AIGEM può inviare un contributo

con un bonifico intestato a:

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Conto Corrente n. 100000000029 – Cassa di Risparmio di Firenze Ag. 22

Intestato ad AIGEM – Associazione Italiana Genetica Medica - C.F. 95115850109

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di antonella landi

Il docente comune a settembre riceve l’assegnazione di un certo numero di classi.

Il docente fortunato, in mezzo a quelle che si vede assegnare, ne trova una con cui scatta l’amore.

Non c’è bisogno di tanto tempo, per capire se è un calesse o un amore vero.

A volte bastano un paio di lezioni.

Nei casi più eclatanti, ne basta solo una.

Perché la classe con cui scatta l’amore la riconosci con chiarezza illuminante.

E’ quella i cui componenti ti guardano a gli occhi sgranati, seguono ogni tua parola, scrivono tutto ciò che scrivi tu, fanno tutto ciò che dai loro da fare, intervengono con sensibilità e pertinenza alle lezioni, raccolgono gli spunti offerti dalle tue materie per contestualizzarli nel loro mondo, per calarli nelle loro giornate, per cucirli in mezzo ai loro sentimenti. Sono coloro che non chiedono mai di uscire mentre spieghi e non hanno mai bisogno di essere richiamati a rispettare silenzio e disciplina.

Sono così leggeri ed accoglienti che, mentre guidi per arrivare a scuola a far lezione a loro, ti sembra di non andare a lavorare, ma a un appuntamento di piacere.

Sono così curiosi di conoscere quello che sai, che non se ne saziano mai e più tu racconti, più loro chiedono, e più loro chiedono, più tu racconteresti.

Sono graziosi nella battuta, discreti nella domanda personale, sinceri nelle considerazioni, appassionati negli sguardi.

E io mi sento fortunata nel mio lavoro e grata al mio destino, perché ho trovato una classe che mi fa ridere, che tocca le mie corde, che mi coinvolge, che mi emoziona, che mi entusiasma e mi motiva.

Una classe da amare.



 

di antonella landi

Entri in quella che fino a qualche giorno fa chiamavi “la classaccia” (per il numero che la costituisce -trenta alunni maschi dalle inquietanti dimensioni-, per l’accoglienza discutibile che ti hanno riservato al primo incontro, per l’insoddisfacente qualità delle lezioni che ti hanno permesso di tenere, per il clima goliardico e cazzone che hanno creato mentre c’era il compito) e parte un applauso di massa con qualche vociona (”grande profe!”) che risalta sulle altre?

1) L’atteggiamento odioso che hanno tenuto fino ad oggi era tutto uno scherzo, una sorta di rito d’iniziazione volto a battezzarti, a pesare le tue capacità, la tua predisposizione a stare in mezzo non solo ai ragazzi bravi, ma anche a quelli bufali e manfanoni: in realtà ti amano dal primo giorno in cui ti hanno vista, si butterebbero nel fuoco per te, si farebbero interrogare anche tutti i giorni pur di vederti appagata. Oltretutto, ora che hanno anche scoperto quello che tu a scuola fai di tutto per nascondere (la tua avventura editoriale, la tua attività giornalistica, le tue comparsate settimanali in radio), il loro rispetto per te è diventato tale che presto entrerai in classe e sotto i piedi troverai una guida rossa punteggiata da aulenti petali di rosa.

2) Lo scherzo era l’applauso. Analogamente, l’urlo incoraggiante fuori dal coro era una presa di fondelli in piena regola.

Sarà mia personale premura tenere informati i pazienti lettori di questo spazio non appena le idee mi si saranno fatte un po’ più chiare.



 

di antonella landi

L’agitazione studentesca si è conclusa, si torna in classe.

Va bene, io ci torno anche, però -come si dice- “o tutti o nessuno”, e no che siamo io e altri sei bischeri a presenziare in aula, mentre gli altri dodici primini sono rimasti al caldo delle loro case.

Anche a casa mia è caldo. E anche a casa degli altri sei bischeri come me.

A scuola invece fa un freddo assassino e noi sette che ci tossiamo addosso e ci guardiamo il naso rosso e ci tiriamo le maniche del golfino fino a far sparire le mani sembriamo quelli che non hanno capito niente di come gira il mondo.

E invece (sorpresa!) abbiamo capito tutto.

“Separate i vostri banchi da quelli dei compagni”.

“?!”.

“Disponetevi nello spazio occupandolo per intero”.

“?!?”.

“Vi sto per consegnare una fotocopia”.

“?!?!”.

“Presente quel libro che assegnai in lettura il primo giorno?”.

“?”.

“Esatto, McEwan”.

“?!”.

“Va be’, lo so che non avevamo fissato niente di preciso, ma come facevo ad avvertirvi se non vi vedevo mai nei giorni scorsi?”.

“?!?”.

“Ho capito, lo vedo anche da sola che manca più di metà classe, ma non dovete pensare che stia per sottoporvi una verifica”.

“?!”.

“Non saprei, chiamiamolo una chiacchieratina informale”.

“?!?”.

“Sì, è vero, le chiacchierate si fanno a voce e questo invece ha tutta l’aria di pretendere risposte scritte, ma non fateci caso, non prendetelo troppo sul serio, non pensatelo come un compito in classe”.

“?!?!”.

“Ma che ne so, pensatelo come pare a voi. Su ora da bravi: prendete un foglio protocollo”.

“!!!”.

“Non fa niente, prendetene un paio dal quadernone ad anelli”.

“…”.

“E non fate quelle faccine depresse, che fate venire la depressione anche a me”.

“!”.

“Vi ringrazio, gentilissimi come sempre”.

“…”.

“Sìsì, ridete ridete…”.

E invece poi non ridono, si aggobbiscono su quei fogli cercando la concentrazione, rispondono alle domande, si mettono in gioco come consiglio loro, osando, scrivendo quello che non avevano mai scritto, osannando o stroncando il primo libro letto in prima superiore.

Li osservo, intabarrata dentro la mia lana colorata, nascosta dietro i miei capelli e coperta dalle lenti dei miei occhiali.

Finché una esclama: “Questa verifica è bella: peggio per chi non è venuto!”.

Infatti: peggio per chi non è venuto.



 

di antonella landi

Più urgente di cazzatine ridicole tipo un grembiulino da far indossare o di un bidello a cui far pulire aule e corridoi, più determinante di uno sconsiderato taglio selvaggio al corpo insegnante nel nome esoso del risparmio a tutti i costi, il vero problema che il nostro Governo (meglio governo, va’) dovrebbe preoccuparsi di risolvere al più presto è quello relativo alla preparazione degli insegnanti.

E non dico la preparazione culturale. Ché per quella in passato ci sono stati i concorsi ordinari a fare una bella piazza pulita e adesso ci sono le Siss (o SSis?) (o SSiss?), insomma, le scuole di specializzazione post-universitarie (che oltretutto costano fior di quattrini).

Dico la preparazione psicologica. Ché a quella invece non ci pensa mai nessuno, ma è la questione che fa la differenza tra un insegnante da dimenticare e un insegnante da portare nel cuore per il resto della vita. Tra un insegnante che ti fa innamorare della materia che insegna e uno che te la fa detestare, oltre che ignorare per il resto dei tuoi giorni.

Ho conosciuto professori che avevano scelto questa professione per mera sete di vendetta. Essi speravano cioè di levarsi, non i sassolini, ma i ciottoli dalle scarpe e far ripagare ai loro alunni le angherie subite ai tempi in cui erano alunni essi stessi.

E ho conosciuto professori che avevano scelto questo lavoro in mancanza d’altro. Dopo una gioventù spesa a sognare tutto un altro tipo di carriera, si erano trovati costretti a mangiare questa minestra perché l’alternativa era saltare dalla finestra. Essi facevano ricadere sui loro studenti la frustrazione di una mancata realizzazione personale.

Ne ho anche conosciuti altri che entravano in classe per rimediare uno stipendiuccio qualsiasi.

Altri ancora a cui tornava comodo evitare di lavorare otto ore.

Questi ultimi non tenevano conto del fatto che il lavoro che si svolge a casa (a meno che non s’insegni Educazione Fisica) supera spesso le otto ore quotidiane, né del fatto che un’ora in classe ne vale almeno tre in un ufficio a cazzeggiare in Internet.

Ripercorrendo a ritroso la noiosissima lista, quelli prima ignoravano il fatto che uno stipendiuccio rimediato senza un briciolo di passione rende quei soldi amari, indigesti e maledetti.

Quelli prima ancora avrebbero fatto meglio ad ascoltarsi a fondo, interrogando le loro attitudini e dandosi da fare per coronare i loro sogni di gioventù. Cos’è un uomo che rinuncia ai sogni di quando era ragazzo? Un’ameba. In alternativa, un paramecio.

I primi, infine, avrebbero dovuto prendere un appuntamento con lo psicanalista e iniziare una terapia provvidenziale. Provvidenziale per gli studenti. Della loro guarigione dalla malattia mentale (scusate) francamente me ne infischio.

Ma torniamo al nocciolo della questione.

Tante volte ci ho pensato: come si potrebbe fare per valutare un docente sotto il profilo psicologico-attitudinale? La risposta è stata sempre quella: non lo so.

Ho ipotizzato un questionario anonimo da sottoporre agli studenti a fine anno, nel quale dare un voto a questo o a quel professore. Ma la capacità di emettere un giudizio del tutto scevro da considerazioni di tornaconto personale forse non è il tratto tipico di un adolescente. Sottoporre lo stesso questionario ai loro genitori: ma i genitori non sono ogni giorno fisicamente a scuola ad osservare i docenti far lezione, né sanno essere giudici più imparziali degli adolescenti. Semmai meno.

Ho pensato che questo controllo dovrebbe essere effettuato dai Presidi. Nel mio caso, dico la verità, l’entrata in aula del Preside m’inibirebbe a tal punto da farmi smettere di essere come sono quando spiego: una indefessa produttrice di figure di merda, tutte volte all’efficacia della comunicazione, ma che sempre figure di merda sono. Smetterei di leggere facendo le vocine, le vocione e le vociacce; smetterei di sbertucciare i quadernoni dei ragazzi con commenti personali; interromperei i miei pellegrinaggi di banco in banco per seminare scappellotti o distribuire strette di spalle incoraggianti; cesserei di proporre gli autori a modo mio, e forse comincerei una lezione su Manzoni dichiarando che Manzoni nacque a Milano nel 1785 e morì sempre a Milano ottantotto anni dopo. Mi sentirei nuda. Mi sentirei ridicola. Mi sentirei stonata. Mentre, se mi lasciano da sola con la classe, mi sento vestitissima, tendenzialmente attendibile e abbastanza intonata.

Perché l’insegnamento è intimità. L’insegnamento è comunione. E’ quasi un processo mistico, l’insegnamento. E bestemmia chi lo riduce alla meccanica trasmissione del sapere. Chi se ne frega della (sola) trasmissione del sapere? Il sapere oggi è (fortunatamente) rintracciabile e fruibile in ogni dove. I libri di oggi spiegano tutto. Quelli di quando andavo a scuola io si divertivano a fare i misteriosi. Le note dei Promessi Sposi commentati da Luigi Russo erano più difficili dell’originale manzoniano. Oggi non c’è parola che non venga spiegata, non c’è verso che non venga parafrasato e scodellato a uso immediato dello studente, non c’è formula matematica o chimica che non trovi una sua dimostrazione chiara, estremamente chiara. Chiarissima.

Ma l’amore per la materia chi lo dà, se non il professore?

La pulce nell’orecchio chi ce la mette, se non il professore?

La voglia di andare avanti negli studi, e di iscriversi all’università dopo aver finito quell’Istituto Tecnico che ci garantiva il diplomino con cui trovare un lavorino a vita, chi ce la fa nascere in corpo, se non il professore?

Analogamente, chi ci fa venire così a schifo i libri, le aule, la scuola, prendere appunti, alzarsi presto la mattina, farsi venire il culo piatto per le ore di studio pomeridiano, rinunciare a uscire per preparare bene un’interrogazione a cui si tiene in particolar modo, se non un professore?

Questo andrebbe verificato, valutato, premiato o (a seconda dei casi) punito.

E questo è difficilissimo da verificare, valutare, premiare o punire.

Scriveva Galimberti una settimana fa su La Repubblica delle Donne: “La professione di insegnante, infatti, non richiede solo competenze culturali, ma capacità di comunicazione e fascinazione perché, da Socrate in poi, sappiamo che queste sono le condizioni dell’apprendimento. Infatti la tanto invocata buona volontà non esiste al di fuori dell’interesse che l’insegnante sa suscitare, l’interesse non esiste separato da un legame emotivo, il legame emotivo non si costituisce quando il rapporto tra insegnante e studente è un rapporto di reciproca diffidenza, quando non di assoluta incomprensione”.

Una volta (sempre in quella scuola media di geni e di faine in cui ho avuto la sventura di insegnare per tre anni) una collega che intendeva screditarmi disse di me che basavo tutto il mio insegnamento sulla seduzione.

Non si rendeva conto, l’imbecille, che mi faceva il più desiderabile tra i complimenti.



 

di antonella landi

L’inverno è arrivato che i ragazzi a scuola erano riuniti in assemblea a decidere se occupare o autogestirsi. Entrati in auditorium con l’ascella ancora appiccicosa per l’estate tardiva dell’ultimo, stonato mese, ne sono usciti che c’erano sei gradi e hanno annunciato autogestione! battendo i denti per il freddo.

L’inverno è arrivato che preparavo pastasciutta con zucchine e gamberetti e la frustata di gelo alle gambe mi ha fatto pensare che forse le zucchine era meglio convertirle in una calda vellutata e i gamberetti era meglio darli al gatto.

L’inverno è arrivato che correvo ad allenarmi col pantaloncino corto al ginocchio e l’iPod nel reggiseno e ho sentito che più correvo e meno sudavo, più mi affaticavo e meglio respiravo, più mi scaldavo e più mi sarei voluta scaldare.

Che sia allora un lungo inverno, di calze spesse e stivaloni, di maglie in lana, sciarpe e cappelli, di labbra screpolate e mani rosse, a consolarmi di un’estate che sembrava non volesse mai finire.



 

di antonella landi

Tra i documenti che obbligatoriamente vanno presentati al sindacato affinché ci venga ricostruita la famosa carriera di cui abbiamo trattato qualche giorno fa, primeggia “l’estratto conto contributivo Inps”.

Primeggia perché fa paura solo a pronunciarlo ed evoca code chilometriche di traffico per raggiungere la sede in viale Belfiore, code chilometriche alla caccia di un parcheggio che non si trova mai, code chilometriche alla Polizia Municipale per il pagamento della multa presa quel giorno che siamo andati all’Inps e siccome non c’era un buco libero per parcheggiare abbiamo abbandonato il veicolo quel paio d’ore in doppia fila, code chilometriche allo sportello Inps per chiedere, farsi fare e ritirare (tendenzialmente non nello stesso giorno) l’estratto conto contributivo.

Rimandavo da una settimana buona la gita in viale Belfiore, trovando facilmente ogni volta qualcosa (qualsiasi cosa) di meglio (molto meglio) da fare (anche nulla).

Nel tardo pomeriggio di ieri però, indignata nei confronti di me stessa e della mia accidia, ho bussato allo zio Gùgol e gli chiesto: “‘Scolta, sai mica come potrei fare per andare all’Inps senza andarci veramente?”.

E lui, in un lampo, mi ha snocciolato lì sul monitor un numerino verde.

Digitando il quale, sono stata accolta da una voce metallica, epidermicamente (debbo dire) fastidiosa.

Stavo per riattaccare, certa di buttare al vento preziosi quarti d’ora della mia fin troppo breve esistenza, quando sono stata riacciuffata al volo da un’operatrice in carne, ossa e voce umana.

Costei prima di tutto mi ha salutata.

In un misto di incredulità e di fiducia, l’ho salutata anch’io e mi sono presentata.

Le ho detto che sono un’insegnante e che per fare la ricostruzione di carriera avrei bisogno bla bla bla.

Lei, gentilissima, carina, affabile, ma non affettata né impersonale, mi chiede i dati, sento che li digita, chiede alcune conferme che le do più che volentieri, svolge insomma il suo lavoro senza tanti fronzoli ma senza neanche l’ombra di uno scazzo personale, indi dichiara: “In una settimana riceverà a casa il documento che mi ha chiesto”.

Ma come! Senza andare in gita in viale Belfiore? Senza fare code sui viali, code per i parcheggi, code allo sportello? Senza dover stare a incazzarsi coi vecchini furbi, con le donnine arpie, coi dipendenti sfavati?

Senza.

Sicura?

Sicura.

Sicura sicura?

(ride) Sicura sicura.

Alla fine della telefonata, la vocina metallica di prima chiede la cortesia di dare un voto al servizio appena ricevuto.

Digiti 1 se è rimasta moltissimo soddisfattissima, 2 se è rimasta soddisfatta ma però, 3 se c’è rimasta un po’ malino, 4 se è convinta di essere incappata nell’unico operatore testadicazzo che provvederemo a licenziare in tronco.

Peccato non fosse previsto un tasto per la laude.



 

di antonella landi

Dice che l’ultimo di Woody Allen è l’ennesima replica delle sue reiterate, rivisitate e riproposte tematiche di sempre.

Dice che anche in questo film si parla degli ebrei, della crisi di coppia, della psicoterapia e di New York.

Dice che lui è ancora lui, sempre quello, quello di sempre: insicuro, maniacale, inetto, inadatto, indeciso, balbuziente, tentennante, depresso, cinico, amaro, disilluso. Che non ha avuto alcuna metamorfosi contenutistica né formale, che non ha fatto come tanti (tipo Ozpetek) che a un certo punto hanno cambiato genere, ambientazione e tono alle loro storie, ma che si è mantenuto come era, come è sempre stato, come è ininterrottamente dal 1962.

Dev’essere un film meraviglioso.



 

di antonella landi

Avevo quindici anni e andavo in vacanza con i miei.

Lo avrei fatto per molto tempo ancora perché, quando si trattava di lasciarmi sola, essi diventavano dispotici, possessivi, reazionari e sostenitori dello slogan  “Negare sempre ogni libertà all’adolescente”.

Per fortuna erano altrettanto attivi, curiosi e girelloni e portarono ogni estate sia me che mio fratello in luoghi di villeggiatura che, pur non esotici e anzi molto nostrani, non avrei dimenticato mai.

Quell’anno andammo nella porzione di Toscana in cui, una volta diventata donna e trovato l’uomo giusto, avrei acquistato una casa: la Maremma.

Ci andammo in roulotte e, affinché io non mi sentissi troppo sola quando mio fratello giustamente mi mollava per andare a giocare coi bambini della sua età, mi concessero di portarmi dietro l’amica a cui tenevo di più.

Scelsi la Bobe. Perché a nessuna tenevo come a lei.

Fortuna volle che, a pochissimi chilometri di distanza, avesse preso una casa in affitto la famiglia del mio amico Grillo. E affinché il  mio amico Grillo non si sentisse troppo solo negli afosi pomeriggi di agosto, la sua famiglia gli concesse di portarsi dietro due amici a cui teneva.

Lui scelse Legno e Battinocio. Erano quelli a cui teneva di più. Perché erano quelli che gli erano rimasti più vicini dopo che un cancro al cervello aveva cominciato ad assediarlo con lo scopo ultimo di ucciderlo.

Una mattina all’alba ci incontrammo tutti insieme, le due famiglie al completo e i tre amici aggregati, per raggiungere le terme di Saturnia.

Eravamo eccitati e molto incuriositi dal luogo surreale che di lì a poco avremmo visitato.

In macchina cantavamo a squarciagola una fin troppo prevedibile Sì viaggiare, una fin troppo sdolcinata Luna e un fin troppo esplicito Disperato erotico stomp.

Giungemmo alle Grandi Pozze e parcheggiammo.

Ci togliemmo gli abiti e rimanemmo in costume.

Ci immergemmo nelle acque solforose e ci cospargemmo il viso di fango naturale.

Ci appostammo sotto le cascate e ci lasciammo fare il primo massaggio della nostra vita.

Dopo ore di acqua calda e dita lesse, ci sentimmo in corpo una gran fame. Osammo allora presentarci, sudici, fangosi e puzzolenti d’ovo marcio come eravamo, nella elegante piazzetta al centro del paese per prendere posto nel ristorante più famoso.

Ordinammo l’ordinabile e sperimentammo l’acqua cotta.

Spossati e consumati, ma purificati e strafelici, facemmo ritorno alle nostre basi sotto un cielo rosso di tramonto.

Eravamo del tutto ignari del dolore che di lì a poco la vita ci avrebbe imposto, portando via il migliore di noi tutti.

Ma inconsapevolmente sapevamo già che neanche un frammento della gioia cieca di quel giorno sarebbe andato perso.

E domenica scorsa, immersa nelle acque puzzolenti di Saturnia come nei ricordi, io ne ho avuta la riprova.



 

di antonella landi

Con gli anni sono arrivata a detestare la tv.

Da piccina mi c’incollavo davanti e ne facevo indecorose, immorali scorpacciate.

Ma c’era David Copperfield, c’era Pinocchio di Comencini. E poi c’era la prosa! Che non capivo, ma mi faceva struggimento alla bocca dello stomaco.

Da ragazzina c’era Fonzie, c’era Candy, c’erano Capitan Harlock, Lupin III, Goldrake, Jeeg Robot, Mazinga e Mazinga Zeta.

Ora David Copperfield non è più un bambino sfortunato: è un illusionista arricchito. Di quelli che c’erano una volta, non è rimasto più nessuno. E non ci sono più neanche Alf e Francesca Cacace, le grandi consolazioni dell’età della consapevolezza.

Ora guardare la tv è andare in depressione e chiederti chi abbia autorizzato Maria De Filippi a strapparti via l’infanzia.

Semmai nel fine settimana (ma non sempre) può succedere che ci sia una bella tv.

Tutto sta nell’ospite che Fabio Fazio invita in studio.

Sabato scorso c’era Antonio Tabucchi. Proprio lui. Quello di Notturno Indiano, quello di Piccoli equivoci senza importanza, quello de La testa perduta di Damasceno Monteiro, di Si sta facendo sempre più tardi, Piazza d’Italia, La gastrite di Platone.

Assolutamente non televisivo (il volto al naturale, la testa semicalva, un vestito sobrio e il raspino in gola), Tabucchi mi ha incollata davanti alla macchina infernale come quando ero piccina e davano qualcosa che mi rapiva così tanto da farmi dimenticare di mangiare.

Dell’autore toscano naturalizzato portoghese mi hanno rapita le parole, e il pollo arrostito dentro il forno a legna con le patate al cartoccio mi si sono freddati.

Ma lui diceva che “nessuno considera la fatica fisica dello scrittore, la sua lotta quotidiana per salvarsi dalla colonna infame, quella vertebrale, che risente dell’immobilismo coatto e della postura infelice”, affermava che “la cosa più bella del mondo sono i bambini”, dichiarava che “la mia patria non è una terra, ma una lingua: quella che parlo e che mi segue ovunque”, concludeva che “il tempo invecchia in fretta e la vita acquista un senso solo quando sta finendo”.

Cosa poteva importarmi del pollo arrosto con le patate al cartoccio?

Ascoltandolo, mi è tornato in mente quello studente bergamasco che in classe non si vergognò di esclamare “pota profe, io quel Tabucchi lì non lo conosco: non deve essere poi così famoso come dice lei” e che corse un concreto rischio di rimediare la costola di Sostiene Pereira sulla fronte.



 

di antonella landi

La gioia è svegliarsi il sabato mattina e vedere un gatto sano, curato, nutrito, coccolato, Ma anche un po’ sfavato. Egli si stiracchia tra le lenzuola (non so come sia potuto succedere, ma dorme regolarmente in mezzo a noi) inglobando il caldino di cui per la prima volta da quando è al mondo sente un accenno di necessità. Fuseggia e scricchiola sommesso, e dietro fusa e scricchiolii è udibile l’affermazione sintetica ma esplicita: “Godo, ma se questi due si dessero una mossa potrei godere molto di più”.

La gioia allora è balzare giù dal letto, correre in bagno a darsi una lavata, vestirsi in un lampo coi cenci più bucolici dell’armadio, afferrare il trasportino del gatto, mostrarlo al gatto stesso, vedercelo balzare nel tempo di un miao (=alé, si parte!) chiudere la porta di casa a quadrupla mandata e partire alla volta del Paradiso Terrestre, quel luogo scelto nel nome della medietas perché non è proprio mare, ma non è nemmeno montagna montagna. E’ una via di mezzo, cioè la perfezione. Dista infatti gli stessi precisi chilometri da uno dei mari più azzurri d’Italia e da una delle montagne più verdi di Toscana.

La gioia è osservare il gatto che nella sua intelligenza felina annusa in netto anticipo la mèta del viaggio e tiene duecento chilometri di occhi sbarrati per l’incredula emozione di tornare dove una mamma lo partorì e dove una coppia di umani lo rinvenne, affamato, denutrito, precocemente orfano e disperato.

La gioia è arrivare, scaricare il trasportino, aprirne il cancelletto e gustarsi uno spettacolo: lo spettacolo di un gatto che si riappropria della sua terra, dei suoi colori e dei suoi odori, sposandoli, facendoci l’amore,  perdendocisi dentro, impazzendo.

Per la gioia.



 

di antonella landi

Questa che vado a raccontare la capiranno in pochi. Ma quei pochi l’apprezzeranno assai.

Tutti gli insegnanti, quando da precari (= non contano una sega) passano di ruolo (= non contano una sega), hanno un compito da adempiere.

Ricostruire la propria carriera.

Ora, già sul termine “carriera” -parlando di insegnanti- io avrei qualcosa di autoironico da dire, ma soprassediamo.

Soprassediamo anche sul pittoresco verbo legato alla “ricostruzione” di qualcosa che, nonostante il suddetto ruolo, continua e continuerà ad essere distrutto e smantellato grazie alla capillare opera di gente fantasiosa come Maria Stella Gelmini.

Insomma c’è questa ricostruzione di carriera da fare.

In che cosa consiste?, chiederanno i miei quindici lettori.

Ebbene amici, nell’era dei computers, nell’epoca della teNNologia, nella fase storica dominata dall’intelligenza della macchina (che però è messa a punto dall’uomo e quindi è scema come lui), la ricostruzione di carriera è un’operazione cervellotica, farraginosa e snervante che va fatta in prima persona, gettando al vento ore e ore della nostra preziosissima, irripetibile esistenza.

Si tratta, cari amici, di andare a ricercare (direbbe Catarella di Montalbano “pirsonalmente di pirsona”) tutte le scuole in cui abbiamo messo piede da insegnanti anche per una sola settimana, presentare formale richiesta per il rilascio di quattro certificati di servizio differenti, aspettare l’arrivo di tale documentazione, tornare all’Università per farsi dare copia del certificato di Laurea con numero di immatricolazione (l’indimenticabile 1170248), venire in possesso dell’estratto conto assicurativo Inps, cercare nel cassetto il cedolino dell’ultima mensilità, fare una fotocopia del codice fiscale, recuperare il disperso libretto di lavoro, raccogliere il tutto, compilare un intraducibile modulo in cui si racconta l’intera nostra (arieccola) “carriera”, consegnare il cartaceo malloppo nella segreteria della scuola, e rimanere in fiduciosa attesa.

Ma attenzione: la scuola a cui consegnare la bollentissima patata non è quella in cui si esercita materialmente la nostra prestigiosa professione. No. E’ quella in cui risultiamo formalmente titolari.

Tipo: io risulto titolare nella scuola X, ma poiché godo (per quanto in questa sede “godere” mi sembri un poco forte) dell’assegnazione provvisoria, faccio quotidianamente lezione nella scuola Y, più vicina, comoda, agevole e raggiungibile della scuola X.

Ecco, che non vi passi per la testa di bussare alla porta della scuola in cui lavorate provvisoriamente: le segretarie griderebbero allo scandalo, se voi pretendeste da loro una prestazione che esse considerano un orrendo surplus. Dovete andare invece alla scuola di titolarità.

E’ probabile che anche in quella le segretarie non abbiano un cazzo di voglia di ricostruire la vostra carriera, per quanto competa precisamente loro.

Vi presenterete umili, gecchiti, supplichevoli, oranti.

Ma sarà tutto inutile. Il messaggio che vi arriverà forte e chiaro sarà il seguente: “Se avremo tempo (ma è probabile che non ne avremo) ti faremo il lavoro, sennò t’attacchi (su da brava, comincia ad attaccarti)”.

Ora, tu ti puoi attaccare per “soli” cinque anni, dopo i quali la scadenza sarà irrevocabile e irreversibile e i tuoi sudati soldi di maturata anzianità di servizio se li mangerà lo Stato. Ma non lo Stato come comuni, bravi, onesti cittadini che come te pagano fino all’ultimo centesimo di tasse. Lo Stato come ammanicati, ladroni, mafiosi, puttanieri ed evasori.

Se hai un angelo che vigila su di te dal Paradiso, trovi una segreteria di persone competenti e volenterose che in un solo (solo?!) anno scolastico ti mettono a posto questa benedetta carriera e tu stai bella tranquilla, tutta rimessa a nuovo e ricostruita dalle fondamenta.

Se l’angelo ti si distrae quel nanosecondo sufficiente a fartelo prendere nel culo, lo prendi (ualà) nel culo. Ma questo non starà a significare che sei una povera sfigata perché ti è stato appioppato un angelo poco efficiente. Significherà che il mondo è molto più copioso di inaffidabili teste di cazzo che di persone serie che sanno fare il proprio lavoro con gentilezza, rispetto e dignità.

Io devo dire che una leggera sfumatura di sfighetta in un passato non troppo remoto l’ho avvertita: la segreteria della scuola media in cui ho insegnato era un selezionato coacervo di incapaci e quella della scuola dove ho avuto la titolarità fino a settembre scorso era coordinata da una donna folle che giustificava il mancato adempimento dei suoi doveri con una forma acuta di psoriasi.

Ma ieri sono stata illuminata sulla via di Pier Capponi (presso gli uffici del sindacato) e a questo giro ce la farò.

Forse.



 

di antonella landi

Sono al telefono con la ginecologa, suonano al citofono, poiché aspetto i miei genitori, corro a rispondere e apro senza chiedere chi è.

Lascio una fessura alla porta, finisco la mia telefonata, faccio la pipì, sento la porta dell’ascensore chiudersi piano.

Dico VENITE!, sento PERMESSO?, non riconosco la voce, quello non è il mio babbo, e certamente non è nemmeno la mia mamma.

E’ un uomo che non ho mai visto prima, sta entrando, è già in casa, ha il volto scuro, la schiena leggermente curva, i mocassini, la valigetta.

E’ il medico fiscale, lo manda la scuola, lo chiede Brunetta.

Controlla se stai in casa, verifica se ti senti poco bene come dici, appura se il tuo medico curante scrive balle o verità.

Dice bella casa, esclama quanta luce!, chiede posso sedermi?, domanda che lavoro fa?

Rispondo l’insegnante, mi siedo lì accanto, lo osservo che scrive, gli guardo la nuca, l’attaccatura dei capelli, gli annuso l’odore, gli colgo i dettagli, gli noto le unghie.

Pulite, trasparenti, cangianti.

Ed ecco, da dietro, con un balzo muto, gli salta nel grembo un gatto fusante; lo scruta, lo studia, gli struscia addosso la coda, la groppa, la testa.

Ma che bel gattone, come si chiama?, Micino. Davvero? Si chiama Micino.

E da dove viene?, dalla Maremma, e quanti anni ha?, poco più di tre mesi, tre mesi?! verrà enorme, lo sa?, promette di essere un puma, un giaguaro, magari un leone. Un gatto per casa rilassa e completa, lo sa?, ne ho uno anch’io, mi aspetta ogni giorno e tutte le sere mi si accuccia addosso, lo stress mi abbandona, la calma mi assale, pensieri grumosi si fanno leggeri, ansie e paure svaniscono intere, il gatto consola, il gatto guarisce, il gatto dà un senso, il gatto è ironia, il gatto è allegria, il gatto è energia, il gatto è l’amore che non ha bisogno, il gatto è l’amore con l’indipendenza, il gatto è un animale perfetto.

Sessantacinque euro.

Tanto costa a ogni scuola (e dunque allo Stato) una visita fiscale, mandata (ufficialmente) per controllare la presenza in casa di un lavoratore dipendente, consumata (ufficiosamente) a parlare di com’è bello vivere insieme a un gatto.

Alla faccia (brutta, grassa e squadrata) del Ministro Brunetta.



 

di antonella landi

Se vai a farti un prelievo di sangue per analisi specifiche presso la Asl più vicina a casa tua, per quanto sia vicina devi alzarti quando fuori è ancora buio e nemmeno l’uccellino più inquieto e caciarone si è messo ancora a cinguettare.

Ti riversi sulla strada e l’unico rumore che ti rimbomba intorno è quello dei tuoi passi.

Già molti metri prima di arrivare al cancellone chiuso della Asl, capisci che la Asl è esattamente lì: un intero reparto di geriatria è impegnatissimo a salvaguardare con le unghie e con i denti -l’occhio di brace, la bava alla bocca- il proprio posto in una fila scombinata, disorganizzata e pure un po’ maleducata (”Signora, la ‘un faccia la furbina eh: prima di lei ci so’ io”, “Nemmen pe’ ssogno: quando io sono arrivata, lei ancora la ‘un c’era”, “Ma che la fa apposta pe’ fammi innervosire?! Le diho che c’ero io. Quell’omo, vero che c’ero io?”, “Mah, io con questo buio unn’ho visto nulla”).

Ti avvicini con circospezione e la tua domanda ingenua (”Buongiorno, scusate: chi è l’ultimo?”) viene accolta con risatine beffarde e gomitate intercostali traducibili nel sintagma: “Ecco un’altra grulla da fregare”.

Prima che il cancellone venga aperto e la mandria umana sia ammessa negli interni (tutti ancora rigorosamente da ristrutturare e tutti ancora drammaticamente più simili a un cantiere che a un presidio ospedaliero), tu ammazzi l’attesa tentando di memorizzare più volti possibile, aiutata per niente da una dote fisionomica che non hai.

Quando, attraversata una reception polverosa, tagliato in due un cortile incasinato, percorso un sentierino dissestato, penetri nello stanzone dell’attesa, speri che il numerino di cui sei riuscita a entrare in possesso non sia eccessivo: nell’arco della mattinata infatti verranno fatte solo un tot di analisi, mica tutte. Come dire: troppa grazia, Sant’Antonio.

All’imbocco dell’angusto corridoio che separa la massa degli speranzosi dagli eletti che certamente verranno analizzati, c’è appostata un’inserviente (infermiera? custode? buttafuori?), sorta di Minosse in gonnella (ma viste le gambe farebbe meglio a portare i pantaloni) che -benché appaia regolarmente su un monitor elettronico- ridice il numerino in una più che prevedibile sequenza.

Nell’attesa, ti guardi intorno. E quello che vedi sono vecchi, poveri ed extracomunitari. Hanno gli occhi gonfi e leggono City. Con lo sguardo cercano di incrociare il tuo per comunicarti il loro pensiero dominante (”che depressione”), che -a ben guardare- è identico a quello che elabori tu stessa.

Ma ecco che Minosse avvinghia la coda in