La mia curiosità nei confronti dell’acquisto per corrispondenza sarebbe dovuta essere congenita, ancestrale ed ereditaria. Ma non lo è stata mai per niente.
Nitida nella mia memoria l’immagine di me e mio fratello influenzati a letto da piccini: io divoravo libri di Rodari, lui si stordiva alla tv, infrenato nei canali in cui si pubblicizzavano pelapatate, sbucciacarote e arricciolazucchine. Li avrebbe comprati tutti. Come avrebbe comprato le bilancine per gli alimenti, i pesi per i muscoli, i coltelli Shogun, le pasticche per dimagrire, il tapis-roulant, l’attrezzo per gli addominali, il rullo antisgocciolo per pitturare le pareti e il panno di daino per asciugare una macchina che ancora non aveva.
Quando la mamma e il babbo annunciarono che, lo sapete icché, ragazzi?, cambiavano il lettone e che, quasi quasi, voi icché dite?, provavano quello della Eminflex, il celeberrimo nonché pubblicizzatissimo materasso dell’elefante, mi ci scappò da ridere, perché io temevo la fregatura e ironizzavo sui creduloni che si fanno abbindolare dai consigli per gli acquisti sputati al vento dal tubo catodico.
Ma poiché sono dieci anni che i miei genitori dormono (e -presumo- tutto il resto) su quel letto e da dieci anni ne parlano un gran bene, dopo la stipula del contratto per l’acquisto della casa in Maremma, ci eravamo lasciati convincere anche noi: me medesima e Fidanzato Belpelato.
Ordinammo un lettone maxi con tutto l’apparato relativo di federe, lenzuola, piumini estivi, autunnali e (grazie a una paraculissima unione dei primi coi secondi) invernali.
Attendemmo un’estate intera.
Ma (ahinoi) il corriere non comparve mai alla nostra porta.
Presso la ditta si giustificarono asserendo il ridicolo motivo dell’eccessiva distanza da Bologna (?!) e dell’imbrogliato tragitto completamente fuori dalle rotte cittadine (?!) che il corriere avrebbe dovuto sciropparsi.
E va be’: ne comprammo uno a Grosseto al triplo del prezzo e ce lo sistemammo al piano superiore della bucolica magione.
Di recente, l’annoso dilemma è tornato a riproporsi nella coppia.
“Bisogna cambiare questo giaciglio -dichiara una sera il mio coinquilino nonché convivente- basta con questo cazzo di futon e con questa base in legno dura come il sasso: compriamo un letto vero anche per la nostra casa di Firenze!”.
Sì, compriamo un Letto Vero!
E siccome siamo anche noi duri come il legno del letto che intendiamo cambiare, ritentiamo con la simpaticissima ditta dell’elefante (povero elefante, oltre che sfruttarti malamente per il divertimenti sciocchi dei turisti occidentali in vacanza in Oriente, ti sputtanano anche a livello d’immagine commerciale).
Mi assumo dunque l’impegno di portare a termine la facilissima impresa (cosa vuoi che siano una chiamata, una prenotazione e una passiva e speranzosa attesa dell’oggetto?) e compongo il numero che passa in sovrimpressione ventiquattr’ore al giorno: 051-8060 (memorizzatelo bene e non fatelo mai).
“Pronto, buonasera, qui è la Eminflex, sono Cristina, in che cosa posso servirla?”.
“Salve Cristina! Vorrei fare un ordine e prenotare il kit completo di rete in doghe larghe e resistenti, materasso morbido, avvolgente e anatomico, due cuscini nuovi di pacca freschi e profumati, coprirete e coprimaterasso!”.
“Bene gentile signora, la faccio immediatamente richiamare a questo numero da una nostra addetta”.
Un nanosecondo dopo, la richiamata.
“Pronto?”.
“Salve gentilissima signora, lei ha chiamato la ditta Eminflex per effettuare un ordine di rete, materasso, cuscini, copriletto e coprimaterasso?”.
“Sì, neanche un minuto fa a dire il vero”.
“Benissimo! Come preferisce pagare, gentile signora, in contanti alla consegna o in comode piccole rate mensili?”.
“In contanti alla consegna”.
“Perfetto, signora: tra i due e i dieci giorni lavorativi lei riceverà la telefonata dal nostro corriere, in modo che possiate concordare il giorno e l’ora precisa per la consegna, va bene?”.
“Va benissimo, grazie!”.
“Grazie a lei gentile signora per aver scelto i nostri prodotti!”.
All’ottavo giorno lavorativo, ecco la telefonata che attendevi.
“Domattina alle undici, va bene?” ti chiede il Bartolini.
“Va bene” rispondi, calcolando mentalmente che per fortuna hai un’ora di buco in mezzo alla lezione e potrai tornare a casa, accogliere il corriere e rientrare in classe in tempo per l’ora di Promessi Sposi.
L’indomani il corriere si presenta a casa: è un peruviano alto centocinquanta centimetri e da quanta roba solleva giornalmente ha i muscoli anche nelle gengive. Quando scopre che risiedi al quinto piano e che nell’ascensore a fatica c’entra lui, smadonna in lingua spagnola, abbraccia la rete e si fa dieci rampe di scale a piedi, quindi riscende, abbraccia il materasso e si rispara le dieci rampe di scale di cui sopra. Quindi scende di nuovo e quando risale per la terza volta consegna due cuscini, un coprirete e un coprimaterasso.
Suda, puzza e ha i coglioni parecchio girati.
Rifiuta il caffè e ingozza al volo il succo di frutta al pompelmo.
Mi porge la ricevuta da firmare e scappa, imprecando contro la ditta che lo sfrutta, lo sottopaga e lo schiavizza, ma ringraziando me per la generosa mancia.
Felice all’idea di non dormire più su un cazzo di letto giapponese ma su un occidentalissimo lettone nazionalpopolare, mi tiro dietro l’uscio di casa e torno a scuola per la seconda parte della mia lezione.
Al rientro, annuso però un odore sospetto: puzzo di chiuso? di vecchio? di stantio?
No, mia cara: di muffa.
Da quel poco che intravedi dall’imballatura ancora intonsa, una doga del letto appena entrato in casa è coperta di un sottile ma aulente e fastidioso strato di muffa pelosina.
Chiami immediatamente la ditta bolognese per discutere dello spiacevole inconveniente.
“Pronto, ho ricevuto oggi il kit Dormita Sana che avevo prenotato, ma noto adesso che una doga della rete è ammuffita”.
“Un attimo, la faccio subito richiamare”.
Noti che, improvvisamente e inspiegabilmente, il “gentilissima” e il “signora” sono andati a farsi a farsi fottere.
Aspetti quell’oretta, poi ti monta il nervoso, perché oltre che quello di muffa inizi ad annusare odore d’inculata, per cui richiami.
“Sì, buonasera, ho chiamato un’ora fa, vorrei esporre il mio problema relativo al nuovo letto e alla sua povera doga ammuffita…”.
“Sì, la faccio richiamare subito dall’ufficio clienti”.
Che strano: hai proprio del tutto smesso di essere “gentile” e di essere “signora”. Ti chiedi come mai, mentre aspetti che qualcuno dall’ufficio clienti si degni di sentire cosa vuoi.
Ma ci vorranno altre tre (3) telefonate, l’ultima delle quali a volume vocale dodici (12), affinché la gentilissima (bah) signorina Angela muova il culo e digiti il tuo numero di casa.
“Mi dica”.
“Le dico che ho una doga della rete coperta di muffa e quindi vorrei il cambio della rete stessa”.
“Be’, se la doga ammuffita è solo una, le mando una doga da sostituire”.
“Ma come una doga da sostituire! Io ho pagato con soldi puliti e profumati: esigo un letto pulito e profumato!”.
“Non se ne parla”.
Mentre la gentilissima Angela si manifesta per quello che è (una stronza matricolata non-trombante, frustrata da un lavoro che evidentemente non le piace e che la spinge a comportarsi da incivile coi malcapitati clienti), ti dirigi verso la rete appoggiata in verticale alla parete e ne sventri il cellophane che la protegge: per scoprire che (ORRORE) anche nelle altre doghe compaiono macchie muffate.
“Mi correggo signorina, sto togliendo il rivestimento in plastica dalla rete e vedo che anche le altre doghe sono, sebbene un po’ meno, comunque ammuffite”.
“No, signora, lei poco fa mi ha detto una sola doga, quindi io le mando in sostituzione una sola doga”.
“Ma io rientro ora dal lavoro e sto visionando in diretta insieme a lei l’oggetto che mi avete inviato: le dico che anche le altre doghe sono colpite dalla muffa!”.
“Ma lei poco fa mi ha detto una sola: le faccio notare che questa telefonata è registrata e che indietro non si torna”.
Ecco.
Non lo so.
Dev’essere stata quell’ultima frase.
Venirmi a dire che “la telefonata è registrata” e che “indietro non si torna”.
Dev’essere stato quello ad otturarmi la vena.
A intasarmi i sentieri della riflessione atarassica e buddista.
A compromettermi l’aplomb.
A far saltare le strategie diplomatiche.
A spingermi verso quell’unica decisione relazionale, apparentemente deprecabile ma sostanzialmente consigliabile a ogni essere umano che non abbia voglia né intenzione di passare da imbecille, ladro, bugiardo e fregone: infamare, maltrattare, strapazzare e mandare affanculo quell’arpia ricattatrice assolutamente sprovvista di qualità professionali e umane.
Alle mie colorite proteste la signorina risponde che non crede a una parola di quello che le ho detto e che aspetta una documentazione fotografica di ciò che vado sostenendo.
Nulla di più facile, se quella fava di fidanzato non avesse fatto fuori (in un modo di cui solo pochissimi e selezionati amici sono a conoscenza) la Olympus digitale che gli avevo amorosamente regalato per il suo ultimo compleanno. In mancanza della fotocamera, mi avvalgo perciò del programma Photo Booth gentilmente offertomi dal fedele Signor Mac e invio all’ingrata completo corredo fotografico all’indirizzo mail emi@eminflex.it (che diffondo a beneficio di eventuali altri clienti trattati a pescinfaccia come me), dichiarando in allegato la delusione che provo per la scarsa qualità del prodotto e del rapporto umano che mi sono stati offerti.
L’ultimo atto della disdicevole avventura vede la sottoscritta ricevere definitiva telefonata dalla solita Angela che, facendosi portavoce della decisione ultima della sua capa, offre numero due (2) doghe in sostituzione: prendere (nel culo) o lasciare.
“Oltretutto le foto che mi ha mandato erano in bianco e nero e non si vedevano tracce così sfacciate di muffa”.
“Ma cosa dice: le foto erano a colori!”.
“No, erano in bianco e nero”.
“Le dico che erano a colori: le ho fatte con il Mac!”.
“No, erano in bianco e nero”.
“Colori”.
“Bianco e nero”.
“Colori”.
“Bianco e nero”.
“Colori”.
“Bianco e nero”.
“Se lo faccia dire: lei è pazza”.
“Bianco e nero”.
“Pazza e squinternata”.
“Bianco e nero”.
“Ma sta scherzando?”.
“Bianco e nero”.
Potremmo andare avanti ancora per un po’.
Ma perché dedicare altre righe al racconto di persone sfortunate, che fanno un lavoro di merda, che lo fanno controvoglia, che vivono una vita deludente, che non conoscono la gentilezza, che non sanno cosa voglia dire onestà professionale, che s’infischiano del tatto, della forma, del rispetto, che mirano soltanto a un’azione perpetua e sfrontata di mettinculismo come la stragrande maggioranza degli abitanti di questo paese allucinante sta facendo ormai da tempo?
Meglio chiudere tutto, aprire un buon libro e buttarsi un po’ sul letto.
Chiaramente il vecchio, straduro, amatissimo futon.